DI FAUSTO PELLECCHIA

FAUSTO PELLECCHIA

In un recente editoriale, Massimo Gramellini, commentando il risultato delle elezioni americane, denunciava con sottile ironia il clima di insofferenza contro gli intellettuali e contro la cultura nell’opinione pubblica dei Paesi occidentali. È uno dei segnali più inquietanti che accompagnano il revival dell’autoritarismo che alimenta l’ideologia della destra populista anche in Italia e in Europa. Il rimpianto di chi, non avendo potuto proseguire negli studi, si vergognava di non aver potuto accedere ai beni comuni della cultura (arte, letteratura, filosofia) si è rovesciato in una rancorosa rivendicazione «che trasforma il suo complesso di inferiorità in una forma di orgoglio, non considerando più la cultura uno strumento di crescita economica e sociale, ma il segnale distintivo di una camarilla arrogante di privilegiati».
Le ragioni di questo rovesciamento sentimentale rimandano all’approfondirsi vertiginoso dell’ineguaglianza socio-economica di cui l’alta cultura costituirebbe il sigillo e la cifra più evidente: «L’ignorante detesta chi ha studiato – scrive Gramellini – perché detesta una società che non consente più a suo figlio di farlo, obbligandolo a contrarre debiti spaventosi per strappare un “foglio di carta” che nella maggiore parte dei casi non garantisce il miglioramento delle sue condizioni, ma si traduce in una mortificazione ulteriore di stipendi bassi e lavori precari.»
Si potrebbe suppore in queste parole una velata stilettata al veleno contro la legge della “buona scuola” e del Jobs Act di Renzi o contro provvedimenti analoghi adottati o invocati dalle destre europee. Ma Gramellini, con un’inattesa correzione di rotta, coglie l’occasione per colpire, via Trump, soprattutto i pentastellati nostrani. A suo parere, la generica indignazione della cosiddetta “antipolitica” contro gli assetti consolidati della politica – di cui l’elezione di Trump ha beneficiato – sarebbero piuttosto il sintomo di un clamoroso trompe-l’oeil, «perché è stata la finanza, non la politica e tantomeno la cultura, a costruire questo mondo di sperequazioni odiose. E non sarà un dilettante allo sbaraglio a trovare la formula magica per restituire agli esclusi il progresso perduto». Non che le recenti dichiarazioni di entusiastico sostegno di Beppe Grillo al neopresidente americano e, ancor prima, all’ultraconservatore Nigel Farage non autorizzino questi sospetti. E tuttavia, chi non ricorda Giulio Tremonti, ministro PDL dell’economia, che con burbanzosa arroganza, sentenziò: «Con la cultura non si mangia»?
In verità, le derive e/o le varianti postmoderne del famigerato apoftegma di Joseph Göbbels, «quando sento parlare di cultura, metto mano alla pistola», sono state numerose e trasversali.
Quattro anni dopo la dichiarazione di Tremonti, nel 2014, nientemeno che Barak Obama – salutato come il leader che avrebbe messo fine agli anni bui del volgare materialismo di George W. Bush – parlando ai giovani studenti del Wisconsin, li ha incoraggiati a perseguire titoli di studio in settori economici, nei quali avrebbero «guadagnato di più di quello che si guadagna con una laurea in storia dell’arte». Tradotto: con l’arte non si mangia. Una gaffe che ha trovato conferma nelle inadempienze della politica obamiana in ambito artistico: il National Endowment of the Arts, ad esempio, fu lasciato per oltre un anno senza presidente. Persino Obama, dunque, si è lasciato condizionare dal timore che l’attenzione riservata alla “cultura alta” potesse essere interpretata come adesione all’elitarismo dell’establishment.
In questo senso, le provocazioni di Trump non destano alcuna meraviglia. Perché mai dovremmo meravigliarci se questo clima di repulsione verso l’alta cultura, questo odio travestito da snobismo alla rovescia contro l’intellettualità, le arti e la letteratura sta permeando gli umori degli strati popolari anche in Italia? Dalla ministra Gelmini (e prima ancora, dal ministro Luigi Berlinguer) fino ai provvedimenti recenti del governo Renzi, la scuola e l’università italiane hanno assistito impotenti a una drastica riduzione degli investimenti, alla compressione forzosa dei salari dei docenti, alla selvaggia destrutturazione dei loro curricula e alla progressiva umiliazione della dignità di insegnanti e studenti, sacrificata sugli altari illusionistici dell’“alternanza” scuola-lavoro (leggi: sfruttamento di mano d’opera senza salario).
Di questa sotterranea linfa si nutre il leaderismo oltranzista degli ultimi trent’anni, al cui copyright risale il mantra dell’attuale religione del premio di maggioranza [“chi riceve un voto in più, prende tutto”]; l’isteria futurista per la “velocizzazione” delle decisioni, che esige di conoscere, la sera stessa delle elezioni, chi avrà il comando per i prossimi 5 anni; la riduzione della libertà di stampa a “consiglio del principe”. In fondo, siamo preparati alla rivelazione finale, nella quale ci si dirà, come già lascia intendere Rondolino, che le elezioni sono un rituale ormai antiquato e che i sondaggi a campione sono la forma più moderna ed efficace di consultazione della volontà popolare.
Anche il lessico politico si è adeguato all’enfasi grossolana della “sana” e telegenica ignoranza, alla comunicazione per slogan e parole d’ordine, che tagliano corto sulla complessità del dibattito fondato su analisi e argomentazioni. Dunque: Viva il pragmatismo sbrigativo dell’apprenti sorcier! A morte i “professoroni” di diritto, gli studiosi di storia dell’arte e del pensiero filosofico! Tacciano i noiosi “gufi e barbagianni” delle discipline umanistiche, che continuano ad agitare lo spauracchio dello spirito critico in agonia. Forse è vero: “con la cultura non si mangia”, ma si può ancora scommettere sull’ipotesi che la vita abbia senso e dignità per tutti, pretesa intollerabile per la casta dei politicanti.