DI MICHELE ANSELMI
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Dylan o non Dylan, suona tempestiva la scelta, presa da Movies Inspired, di fare uscire “Il cittadino illustre” il 24 novembre, due settimane prima della cerimonia per il Nobel. Com’è noto l’argentino Jorge Luis Borges (1899-1986), assai citato, evocato, letto, parafrasato nel film di Mariano Cohn e Gastón Duprat, non riuscì mai ad ottenere il Nobel. Cosa che riesce invece al “ciudadano ilustre” del titolo originale, ossia destinatario di una cittadinanza onoraria per chiara fama: tal Daniel Mantovani.
Scrittore sessantenne, piuttosto scorbutico e annoiato, Mantovani ha vinto un Nobel anni prima, scioccando la platea svedese con un discorso del tutto irrituale e autocritico ancorché sincero e brutale; e adesso, in crisi creativa ma sempre corteggiato, dalla sua sontuosa casa spagnola non fa altro che negarsi a premi, conferenze, occasioni pubbliche. Annulla tutto, nella disperazione della sua segretaria-agente. Forse prova ad essere “invisibile”, solo una lettera sembra scuoterlo dal torpore. Viene da Salas, la cittadina a 750 chilometri da Buenos Aires da dove partì, senza più tornare, una quarantina d’anni prima, ma scrivendo sempre e solo di quel posto infisso nella memoria. Lo invitano ad attraversare l’oceano per conferirgli, appunto, la cittadinanza onoraria, e lui accetta.
Strano film “Il cittadino illustre”, in bilico tra commedia di costume e apologo letterario, con tratti farseschi che tendono al nero, dentro una costruzione drammaturgica che forse sarebbe piaciuta ai nostri Risi, Scola e Monicelli. Si ride parecchio, specie nei primi capitoli, e tuttavia via via affiora un’atmosfera che da buffa diventa allarmante, infine minacciosa, con un fucile pronto a sparare.
È straordinario l’attore Oscar Martinez , giustamente premiato a Venezia 2016, nel disegnare questo scrittore cosmopolita, raffinato, esigente, anche sarcastico, che si fa risucchiare nel mondo da cui proviene, in bilico tra curiosità e tedio. Ma che qualcosa andrà storto appare subito chiaro: lo vanno a prendere all’aeroporto con una sgangherata Fiat Duna e subito, nel mezzo del nulla, si buca una gomma, a Salas lo piazzano in un alberghetto che sembra uscire dalla Romania di Ceausescu, e subito viene proiettato, al pari di una Madonna pellegrina, in un vortice di impegni piuttosto imbarazzanti.
In fondo è una celebrità nazionale, lo scrittore che ha vinto il Nobel sempre negato a Borges. Ma sotto quella crosta di applausi, selfie e regali cova uno strano rancore nei confronti del cittadino illustre, paragonato nel primo discorso del sindaco – scena molto divertente – a Maradona, il Papa, Messi e la regina d’Olanda.
Barbuto e sempre più perplesso di fronte alla grettezza che avverte attorno a sé, Mantovani rivede la fidanzatina di un tempo oggi sposa infelice di un boss locale della carne, si ritrova nel letto la di lei figlia sbarazzina senza ovviamente immaginarlo, infine comincia a pestare calli, a non premiare dei pittorucoli locali, a respingere qualche invito a cena. Meglio fare le valigie, prima che tutto degeneri.
Pur venendo dalla video arte e dal cinema sperimentale, Cohn e Duprat impaginano una commedia agra che funziona proprio per lo stile semplice, piano, sottilmente allusivo, con affondi comici da “Benvenuti al Sud”, ma senza slittamenti da sketch, proponendo uno sguardo più alto, tra il rassegnato e il pessimista, sulla natura violenta dell’Argentina.
L’angolo di Michele Anselmi / Scritto per Cinemonitor
foto di Michele Anselmi.
foto di Michele Anselmi.
foto di Michele Anselmi.