DI FABRIZIO NOLI

Se il Papa non risponderà alla richiesta di chiarimenti dei quattro cardinali che gli hanno scritto due mesi fa, in merito a chiarimenti sull’esortazione postsinodale Amoris Laetitia, «allora dovremmo affrontare questa situazione: c’è infatti, nella Tradizione della Chiesa, la possibilità di correggere il Romano Pontefice. È invero sicuramente molto raro. Ma se non vi fosse risposta alle domande sui punti controversi, allora direi che si porrebbe la questione di assumere un atto formale di correzione di un errore grave». Si è espresso così, in un’intervista al National Catholic Reporter, il cardinale americano Raymond Leo Burke, patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, autore della lettera in questione insieme ad altri tre cardinali considerati ultraconservatori, Walter Brandmueller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner. Un vero guanto di sfida quello lanciato dal porporato americano, che ha aggiunto: «Ovunque io vada sento confusione. I sacerdoti sono divisi gli uni dagli altri, i sacerdoti contro vescovi, i vescovi divisi tra di loro. C’è una tremenda divisione nella Chiesa, che non è la via della Chiesa. Ecco perché dobbiamo ristabilizzare queste questioni morali fondamentali, che ci uniscono»
Al centro delle critiche dei quattro cardinali, considerati campioni del conservatorismo, sia la tanto discussa questione della comunione ai divorziati risposati, sia il valore delle norme morali in rapporto alla vita cristiana.

Quello che chiaramente emerge è un aggravarsi dello scontro tra Francesco e una certa Chiesa conservatrice, che fa della dottrina la sua forza, e che non si riconosce nell’immagine del “poliedro” proposta da Bergoglio a modello della sua Chiesa. Una Chiesa, lo ricordiamo, capace di adattarsi alle diverse situazioni esistenziali ed emergenziali della vita, specie di quella coniugale, a maggior ragione tenendo presente le tante differenze di mentalità, abitudini e tradizioni dei fedeli, a seconda dei vari continenti che possiamo prendere in esame.
Un fatto tanto più grave, ma forse non casuale, dato che siamo alla vigilia del Concistoro, sabato 19, che precederà la fine del Giubileo Straordinario della misericordia.
Due eventi destinati, a nostro parere, a segnare un importante spartiacque per la Chiesa Cattolica. Il papa, in effetti, sta davvero provando a ridisegnare le gerarchie, proprio sul modello della Chiesa in uscita.
Saranno nominati 17 nuovi cardinali, di cui 13 elettori, con ulteriori, importanti modifiche alla composizione del collegio cardinalizio.
17 principi della chiesa che corrispondono in pieno al concetto di Chiesa attenta alle periferie esistenziali e geografiche.

Tra i nomi, spicca, in particolare, quello di Mario Zenari, italiano, nunzio in Siria, che, come annunciato da Francesco, resterà tale nella martoriata Siria.
Ma ancora, ricordiamo Dieudonne Nzapalainga, arcivescovo di Bangui, nella Repubblica centrafricana, dove lo scorso anno si è aperto l’Anno Santo straordinario, un evento epocale, a dir poco, Blase Cupich, arcivescovo di Chicago (uno dei pochi esponenti dell’episcopato a stelle e strisce ad essere in linea con il pontefice argentino), Patrick D’Rozario, arcivescovo di Dhaka in Bangladesh, Maurice Piat, arcivescovo di Port Louis nella Isola Mauritius. E ancora: Kevin Farrell, prefetto del dicastero per i laici, famiglia e vita, unico curiale, Carlos Aguiar Retes, arcivescovo di Tlalnepantla in Messico, e John Ribat, arcivescovo di Port Moresby, in Papua Nuova Guinea.
A conti fatti, nel nuovo collegio cardinalizio, grazie al papa venuto dagli antipodi, saranno presenti paesi come Haiti, Tonga, Papua Nuova Guinea, Mauritius, Panama, il Centrafrica, il Burkina Faso, l’Etiopia. Se non è Chiesa in uscita questa…