DI DINO GIARRUSSO
DINO GIARRUSSO
La verità è che se un esponente del M5S -anche minore, anche un semplice consigliere di quartiere- avesse detto di Rosi Bindi “È un’infame, da ucciderla”, si sarebbe scatenata una bufera da far impallidire l’uragano Katrina.
Repubblica domani gli avrebbe dedicato le prime 42 pagine, con un coro di soloni -da Augias a Serra, da Scalfari a Merlo- a spiegarci che questo è il vero volto dei Cinquestelle, che sono impresentabili, che non sono degni di far politica e già che ci siamo votate Sì, mi raccomando.
Tg1, Tg2 e Tg3 avrebbero riservato alla notizia più spazio che agli attentati contro le torri gemelle, e Mannoni ci avrebbe regalato le sue migliori faccette, seguito o preceduto da Fazio.
La verità è che su Facebook e su Twitter, poi, ci sarebbero stati torrenti di indignazione democratica, con gli sceneggiatori più sensibili e i registi più cinici schierati a testuggine a certificare la loro ragione, condendo il tutto con tonnellate di “gnè gnè gnè lo avevamo detto, noi!!”. Le donne furiose -dalla Picierno alla Bonaccorsi, dalla Messeri alla Finicchiaro, a tutte le altre, giovani e anziane- si sarebbero idealmente strette in un collettivo abbraccio di solidarietà a Rosi Bindi, mentre i Nicodemi e gli Ederocliti e i loro cloni più o meno abili, si sarebbero uniti in commenti fiume (qualcuno magari da pubblicare sull’Huffington post), per raccontarci che una vergogna del genere non è emendabile.
La verità è che se lo avessero fatto, avrebbero avuto perfettamente ragione. Perfettamente ragione.
Perché è esattamente, esattissimamente così: una vergogna del genere non è emendabile né ora né mai. Un politico che dice questo NON è degno di ricoprire alcuna carica elettiva. E non può esserlo mai più.
Lo penserei e lo direi se appartenesse a Rifondazione, a Fratelli d’Italia, al M5S, al PD, alla Lega o a qualunque partito, reale o immaginario.
La verità è che lo penserei pure se quel politico fosse il mio migliore amico, pure se fosse mio padre.
C’è un limite, un limite di civiltà, all’interno del quale possiamo e dobbiamo muoverci. È normale e giusto dividersi, discutere, litigare anche, ma sempre all’interno di questo limite, che si chiama per l’appunto civiltà.
Vincenzo De Luca ne è fuori, e ne è fuori per sempre. Nessuna richiesta di scuse può farlo ritornare nel novero delle persone degne di far politica e di rivestire incarichi istituzionali. Non è degno del consesso civile in cui dovremmo muoverci tutti, quel signore lì.
Mi auguro che i giornalisti bravi e importanti, da quelli che non conosco, come Enrico Mentana e Marco Travaglio, a quelli della cui amicizia mi onoro, come Tommaso Labate, Pietrangelo Buttafuoco e Davide Vecchi, possano battersi perché questa vergogna non venga dimenticata dopodomani.
Chiedo infine a tutte le persone per bene che militano nel PD (ce ne sono a migliaia!) di imporsi una volta per tutte, e PRETENDERE che questo signore non faccia mai più politica nel loro partito e lasci la presidenza della Regione Campania, che di gente che usa quelle parole e quei modi non ha certo bisogno né la Campania, né l’Italia, né il Partito Democratico.
Se non ora, quando?