DI ALESSANDRO GILIOLI
ALESSANDRO GILIOLI
Le cancellerie dell’Unione europea ignorano molte virtù, ma non quella della pazienza. Del resto al 4 dicembre mancano poco più di due settimane e qualche intemperanza da Roma, qualche “pugno battuto sul tavolo”, si può incassare senza danni. Specie se Matteo Renzi pensa di averne bisogno, per vincere il referendum ed evitare che alle acque incognite della Brexit e dell’era Trump si aggiunga una crisi di governo – o di sistema – anche in Italia, paese fondatore dell’Unione.
Il presidente del Consiglio italiano ha lanciato, nell’ultimo mese e mezzo prima del voto, una campagna senza precedenti per distaccare la sua immagine da quella dell’establishment e della tecnocrazia. Una strategia iniziata con le scaramucce sui decimali della flessibilità, poi esposta al mondo con la diserzione alla conferenza finale di Bratislava – Merkel e Hollande se la sono dovuta cavare da soli – quindi riesplosa in un nuovo scontro verbale tra Renzi e Juncker sulle spese per il dopo terremoto, infine culminata con un gesto simbolico (ammainare le bandiere europee dietro la scrivania di Palazzo Chigi, con uno sfondo trasformato in un tripudio tricolore) e con un altro più formale, la riserva-veto sul bilancio pluriennale dell’Unione.
Non si sa, in verità, se questo posizionamento anti establishment sia farina del sacco di Jim Messina – il guru americano ingaggiato da Palazzo Chigi – o sia espressione di altri consiglieri come Filippo Sensi; o, invece, se sia solo il frutto dell’intuito di Matteo, uno che da sempre fiuta il vento e si fida soprattutto di se stesso.
Si sa però che è sulla stessa linea iperpopulista e di pancia che va definendosi in modo sempre più marcato tutta la campagna referendaria renziana: che dopo aver proposto lo slogan paragrillino “Vuoi meno costi della politica e meno poltrone? Basta un sì”, ha fatto circolare in Rete un montaggiodi esponenti del No mescolati (da Fini a Ingroia, da Rodotà a Brunetta) con il titolo ancora più paragrillino “Natale con la Casta, il cinepanettone che non vogliamo vedere”; infine ha usato perfino Franco “Batman” Fiorito (l’ex consigliere regionale del Pdl condannato per essersi intascato denaro pubblico) come controtestimonial, come a dire che se vincesse il No ruberebbero tutti.
La casta è di là, dall’all’altra parte, sta insomma cercando di comunicare Renzi. E dall’altra parte è l’odiato establishment, dall’altra parte sta Juncker, dall’altra parte la Merkel. Lui, invece, sta con i cittadini, con le persone della strada, con con il bambino che da grande vuole fare l’inventore e con la mamma che spinge la carrozzina ai giardinetti, entrambi protagonisti degli spot del Sì insieme alla nonna in bicicletta che alla fine si siede sulla poltrona lasciata libera dal politico, a simboleggiare la persona comune che, grazie al Sì, conquista il potere.
Su che cosa sia esattamente tutto questo giocare all’anti establishment da Palazzo Chigi, ciascuno può avere un’opinione diversa. C’è chi lo vede come un lungimirante adeguamento ai tempi: quelli in cui per non perdere consensi devi dichiarare la rivoluzione permanente, anche dall’alto – ed è qualcosa di non lontano da ciò che è destinato a fare anche Trump, per non passare rapidamente dalla casellina antisistema a quella sistema. E c’è chi lo vede invece come puro e tardivo marketing di breve respiro, un tentativo disperato e un po’ farlocco di ribaltare i sondaggi, di non finire come Hillary Clinton.
Entrambe le ipotesi sono plausibili. Resta il dubbio, come insegna tutta la storia recente, che l’emulazione dell’originale non premi l’emulo, ma l’originale.