DI LUCA SOLDI

image

Non ci sono le condizioni per poter dire che quella che andremo a votare il 4 dicembre sia una riforma espressa da un Governo legittimato a poterlo fare.
“Ho giurato fedeltà alla Costituzione, non obbedienza al Governo o a persone che hanno rivestito indegnamente incarichi istituzionali”. Una dichiarazione “importante” e scomoda che arriva da una delle persone più specchiate della nostre istituzioni, il sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo.
Il suo è stato un intervento al dibattito dal titolo “Le nostre ragioni del no”, assieme al segretario regionale della Cgil Michele Pagliaro e Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi.
Secondo Di Matteo, “l’unico vero, rivoluzionario cambiamento è quello non di cambiare, ma di applicare la Costituzione”. Proseguendo Di Matteo ha affermato che una vittoria del Sì provocherebbe importanti conseguenze: “C’è il rischio concreto di uno sbilanciamento verso il potere esecutivo rispetto agli altri due, legislativo e giudiziario”.
La riforma costituzionale, scritta dal Governo, ha proseguito il magistrato, “non ha la legittimazione morale per modificare la Costituzione” in considerazione del fatto che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la legge elettorale al momento in vigore”.
Naturale che a breve ci si attendano le reazioni del governo che si troverà, naturalmente su posizioni opposte, da quelle del sostituto procuratore di Palermo.
Di Matteo, malgrado più di un consiglio a mantenere il profilo basso, si era schierato nettamente per il NO alla riforma costituzionale proposta dal Governo Renzi e lo ha fatto perché secondo il suo parere in “ballo c’è la democrazia”, perché questa riforma è stata scritta dal Governo, quindi “è di parte”, perché “svilisce il potere del Parlamento”; perché segue le direttive di grandi potentati economici, “come la JP Morgan”, per i quali ogni istituzione democratica è un ostacolo. E, perché, si tratta di un attacco alla Costituzione che è cominciato con la “P2 di Licio Gelli”. “Quella che ci attende -aveva detto Di Matteo- non è una consultazione elettorale come le altre, questa più che mai non ci si può permettere che prevalga l’astensionismo o le decisioni improntate all’appartenenza politica o alla simpatia per un partito o per una fazione politica. Qui è in ballo qualcosa di molto più importante: si decide sulla nostra Carta fondamentale! Si decide su una riforma che ne modifica quarantasette articoli e che incide profondamente sugli assetti fondamentali della nostra Democrazia” . “Prima di cambiarla la Costituzione vediamo se è applicata” aveva detto il magistrato in un precedente incontro, parlando di lavoro, scuola, sanità pubblica ed eguaglianza.