DI GIORGIO MAURI
giorgio mauri
Emmanuel Macron, ex fedelissimo di François Hollande che gli affidò, due anni or sono, il ministero dell’economia, diede le dimissioni poco tempo fa per i dissapori con Hollande e con il premier Manuel Valls.
Il trentottenne ora rompe gli indugi e annuncia che si candiderà alla presidenza della Repubblica per “far entrare la Francia nel XXI secolo”. Il giovane ha nel suo curriculum anche l’attività di banchiere per Rotschild, e ha sposato la sua professoressa di francese di liceo Brigitte, di diciannove anni più anziana di lui (lei 57, lui 38), che gli ha riesaminato e perfezionato l’annuncio della sua candidatura.
Il neo-liberista non nascose, al momento delle dimissioni, la sua fede politica, e dichiarò molto candidamente: “L’onestà mi obbliga a dire che non sono socialista. Ma cosa importa? Quando si è ministro, si è ministro della Repubblica e dunque si serve l’interesse generale”.
Perché costui interessa noi italiani ?
Perché si è mosso esattamente come ha fatto Renzi, salvo che in Francia i socialisti hanno ancora qualche valore, e lo hanno fatto dimettere.
Anche Macron ha promosso il Job Act (in Francia si chiama El Khomri o Loi Travail), scritto quasi sotto la dettatura delle grandi banche che evidentemente amano i giovani, visto che da noi hanno ingaggiato anche la Boschi.
Ma l’aspetto che mi ha colpito più di ogni altro è lo slogan, identico a quello di Renzi: “CAMBIARE il Paese” per “i limiti del nostro sistema politico”.
A proposito dell’elezione di Donald Trump ha sostenuto, lui che ha preteso di far passare El Khomri con il voto di fiducia, “le elezioni esprimono una richiesta di protezione e rispetto del sentimento popolare penso condivisa dai francesi. Va trasformata non in un rifiuto del presente ma in una speranza di cambiamento”.
Chi vuol capire capisca.
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