DI FABIO BALDASSARRI
FABIO BALDASSARRI
Nell’ottobre scorso la Consulta ha stabilito che il tribunale di Napoli sospese la legge Severino con una misura ad personam per l’ex sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, sulla base di inconsistenti questioni di costituzionalità più volte respinte dalla Consulta e dagli altri giudici italiani. Nell’occasione ha detto Gianluigi Pellegrino, avvocato tra i massimi esperti della legge Severino e difensore del Movimento difesa del cittadini: «Se a De Luca si fosse applicato il diritto non si sarebbe mai potuto insediare sino alla sua assoluzione». E ha aggiunto: «Ci sono due livelli di irresponsabilità in questa vicenda: quella del Pd che candidò De Luca pur sapendo che aveva un problema con la giustizia, e quella del tribunale di Napoli che sospese la legge per il governatore».
Ma noi non vogliamo tornare più di tanto su questa questione. Del resto è noto che per il reato al tempo ascrittogli e per cui fu condannato in primo grado (abuso d’ufficio) il De Luca è stato assolto in appello. Non vogliamo, però, neppure stendere un velo pietoso sulle caratteristiche peculiari del “personaggetto” (come direbbe Crozza/De Luca) perché è altrettanto noto che in seguito è stato di nuovo rinviato a giudizio per falso in atto pubblico nell’ambito dell’inchiesta su una grande opera quand’era sindaco di Salerno. Il che non vuol dire ancora nulla sulla sua colpevolezza o innocenza, ma sulla contiguità con certi ambienti e sulla spregiudicatezza dell’uomo, basta e avanza. Se però vi fossero dubbi in proposito, ci sono due episodi recenti che valgono a confermarlo.
Il primo episodio riguarda la frase orribile che De Luca ha pronunziato nei confronti della presidente della commissione antimafia Rosy Bindi in quanto, al tempo della candidatura di De Luca a governatore della Campania, evidentemente a ragion veduta (vista la sentenza di ottobre della Consulta), aveva ritenuto doveroso inserirlo fra i candidati impresentabili alle elezioni regionali del 2015. Il secondo episodio riguarda, invece, la serie di gaffe (ma potrei usare ben altri termini) inanellate, negli ultimi giorni, facendo campagna elettorale fra i sindaci della Campania per il sì al referendum Renzi-Boschi-Verdini.
Riguardo a Rosy Bindi, lo abbiamo sentito addirittura dire a Matrix: «Quello che fece la Bindi è stata una cosa infame, da ucciderla». E ciò che ha detto agli amministratori campani (riportato ampiamente da Il fatto quotidiano) può essere riassunto con queste sue frasi: «Abbiamo un’interlocuzione privilegiata con il governo. Poi vi piace Renzi, non vi piace… a me non me ne fotte un cazzo». E porta l’esempio di Franco Alfieri da Agropoli, in provincia di Salerno, sindaco decaduto perché accusato di corruzione: «Prendiamo Franco Alfieri, notoriamente clientelare, come sa fare lui la clientela lo sappiamo, una clientela organizzata, scientifica, razionale come Cristo comanda. Che cosa bella!».
Ebbene: è questo il ceto politico che in alcuni casi ha selezionato il Pd renziano? Sono questi i rappresentanti delle regioni e i sindaci che dovrebbero andare a sedere negli scranni della Camera Alta (se la riforma verrà approvata) fianco a fianco con gli emeriti Capi dello Stato? Sono questi coloro che in seguito potranno godere dei benefici dell’immunità parlamentare? No, mille volte no! La riforma Renzi-Boschi-Verdini non deve passare. E poi anche questo non basta. Se il Pd sceglierà di volgere finalmente gli occhi al futuro, e si sforzerà di diventare una forza aggregante della nuova sinistra democratica, dovrà sicuramente dare una bella ramazzata al suo interno.