DI CHIARA FARIGU

CHIARA FARIGU

Non si è mai pronti per morire. Neanche dinanzi ad una malattia che non lascia scampo. L’istinto di conservazione è lì, sempre presente e vigile, a ricordarti di non arrenderti, che la speranza è l’ultima a morire. Ti aggrappi a tutto. Alla terapia consigliata dal protocollo di routine, aggiungi qualunque rimedio naturale al quale attribuisci un potenziale valore salvifico ben sapendo che è solo un placebo, ma tanto vale provare. Perché alla vita non ci si arrende. Il paradiso può attendere, si dice. E se chi gode di ottima salute non è mai sfiorato dal pensiero della vecchia signora con la falce, chi lotta con un cancro devastante combatte costantemente con l’idea della morte. Cercando alternative per darle scacco matto. Come ha fatto la 14enne londinese. Affetta da una forma tumorale molto rara, prima di morire ha chiesto che il suo corpo fosse conservato (e non sepolto) nella speranza di essere un giorno risvegliata e finalmente curata. E riprendere la vita da dove l’aveva interrotta.
La sua richiesta, benchè non avesse precedenti, è stata accolta ed autorizzata in via definitiva da un giudice dell’Alta Corte di Londra. La ragazza, della quale non si conosce l’identità ma solo l’età, aveva intrapreso un’azione legale per chiedere che fosse solo la madre, che sosteneva le volontà della figlia, a prendere la decisione sul suo corpo, escludendo il padre che era contrario all’ibernazione. Ed il giudice, secondo la Bbc che ha reso pubblica la notizia, è intervenuto esclusivamente per risolvere la disputa tra i genitori, tenendo conto dell’interesse della ragazza. Escluse dalla sentenza quindi, le implicazioni bioetiche conseguenti al progresso della scienza. Benchè monca di tematiche bioetiche si annovera comunque come sentenza storica e senza precedenti di sorta.
Il suo corpo, dopo il decesso, avvenuto lo scorso ottobre, è stato portato negli Stati Uniti per essere congelato tramite la “criogenesi”, secondo le sue volontà. Una tecnica, questa, basata sull’idea di poter conservare un corpo a temperatura bassissima, rallentandone le funzioni vitali, allo scopo di mantenerne le condizioni intatte con la speranza di poterlo poi riattivare in un futuro dove sia stato trovato il rimedio alla malattia.
Una sentenza “fantascientifica” destinata a far parlare e che segnerà uno spartiacque tra il prima e il dopo la morte, dinanzi ad una malattia, oggi incurabile, domani chissà.
Nessuna sentenza però sarà mai in grado di dire quando e se ci sarà quel “domani”. Fra 100, 200 anni, chissà. Né se varrà la pena riprendere a vivere (qualora andasse come auspicato e al risveglio seguisse la guarigione) in un mondo stravolto dai cambiamenti e senza più quei volti che abbiamo amato e quelle braccia che ci hanno sorretto e stretto nei momenti felici e in quelli, ancor più preziosi, della malattia

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