DI ELIO LANNUTTI

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La gestione di Ubi, la quarta banca italiana, nata dalla fusione tra le banche di Brescia e Bergamo, travalicava (come è consuetudine nel sistema bancario), il codice penale, come aveva denunciato Adusbef nel 2014 ed è documentato dalla chiusura delle indagini del Procratore Walter Mapelli, che ha chiesto il giudizio per 39 indagati, tra i quali Giovanni Bazoli, come presidente dell’associazione Abpl, la figlia Francesca, l’amministratore delegato di Ubi Victor Massiah, Emilio Zanetti, come presidente dell’associazione ‘Amici di Ubi’, il vicepresidente di Ubi Mario Cera, il presidente del consiglio di sorveglianza Andrea Moltrasio, l’imprenditore Giampiero Pesenti.
Secondo il documento di chiusura delle indagini, Bazoli era “tra i componenti della cabina di regia che sul lato bresciano decideva le nomine degli organi della banca e delle sue partecipate in condivisione con quelle decise dalla ‘commissione Zanetti’ costituita sul lato bergamasco” il cui avviso- si legge nel comunicato stampa sottoscritto dal procuratore di Bergamo Walter Mapelli – è stato notificato anche ad altre 11 persone esterne al gruppo bancario, a vario titolo coinvolti nei fatti oggetto d’indagine in relazione alla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche.
La notifica dell’atto giunge al termine delle indagini avviate dalla procura della Repubblica di Bergamo nel 2014 dopo la presentazione di alcuni esposti da parte dell’Adusbef e di alcuni consiglieri di minoranza, finalizzati a verificare presunti fatti illeciti connessi alla gestione dell’istituto bancario e di Ubi Leasing».
I reati contestati sono «ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza», «Illecita influenza sull’assemblea» in relazione alla capogruppo Ubi Banca, «Truffa», «Inosservanza delle obbligazioni da parte di esponenti bancari, conflitto d’interesse» e di illeciti tributari (dichiarazione fraudolenta, emissione di fatture soggettivamente inesistenti e sottrazione all’accertamento o al pagamento di accise) in relazione a vicende riguardanti la controllata Ubi leasing, nonché, infine, con riferimento a illeciti formali previsti dalla normativa antiriciclaggio e dalla normativa sul trattamento dei dati personali. «La responsabilità amministrativa dell’ente – si conclude la nota stampa – si innesta sulle condotte di ostacolo alla vigilanza e illecita influenza sull’assemblea ed è riferita al periodo precedente la trasformazione in società per azioni».
In concorso tra loro erano a conoscenza dell’esistenza di un patto parasociale stretto tra le Associazioni ABLP e Amici di Ubi Banca, direttamente riconducibili a Bazoli e Zanetti, che permetteva di decidere l’alternanza negli organi di governo della banca, l’apparato organizzativo capace di creare consenso in favore delle lista dei candidati che facevano loro riferimento, (manifestato da ultimo nell’assemblea soci del 2013), dirigendo con i loro voti l’assemblea dei soci, mentre lo stesso Giovanni Bazoli- le cui veline di mass media poco attenti ai valori di trasparenza e legalità – lo avevano santificato come il buon banchiere, quasi un samaritano del sistema- oltre a decidere i vertici del gruppo, è stato contestato di aver ignorato il divieto di possedere due cariche in due gruppi concorrenti, Ubi e Banca Intesa.
Poiché tutti sapevano, compresa la Banca d’Italia, che era vietato ai titolari di cariche negli organi gestionali di sorveglianza e di controllo e ai funzionari di vertice di imprese o gruppi di imprese operanti nel mercato del credito, assicurativi o finanziari di assumere o esercitare analoghe cariche in imprese o gruppi di imprese concorrenti, come per anni aveva fatto il banchiere di sistema Giovanni Bazoli dal 29 marzo 2012 continuando a mantenere la presidenza del gruppo bancario Intesa Sanpaolo oltre che ad amministrare di fatto il gruppo Ubi, con un governo occulto di Ubi banca, l’unica stonatura riguarda la contestazione del solito ostacolo alla vigilanza di Bankitalia, che anche in questa indagine, è l’ostacolo alla verità.