DI ALESSANDRO GILIOLI
ALESSANDRO GILIOLI
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume».
Così, con il Vangelo di Matteo, il governatore della Campania Vincenzo De Luca ha risposto alle polemiche di queste ore, a quelli che ne chiedevano le dimissioni (o almeno le scuse) per aver definito «da uccidere» la sua collega di partito Rosy Bindi.
Il messaggio che sta dietro questa citazione è semplice, evidente.
È come dire: io sono uno autentico, vero, genuino. Mi può scappare qualche battuta salace proprio per questo. Sono come mi vedete, non c’è una facciata mediatica e un retrobottega segreto. Molto meglio quindi dei falsoni che in pubblico sono “politicamente corretti” e poi nel nascosto della loro casa dicono cose assai peggiori: gli ipocriti del politicamente corretto, i sepolcri imbiancati etc etc.
Non è un approccio teorico nuovo, questo.
Anzi, ultimamente è di gran successo.
È, ad esempio, lo stesso che ha utilizzato Donald Trump dopo l’uscita del video in cui ci comunicava il piacere di «grab them by the pussy», afferrare le donne per la fica. Ma che volete, ha risposto in sostanza The Donald, io parlo così perché con gli altri maschi spesso si crea un clima da spogliatoio, è normale, è giusto, guardate che il marito della signora Clinton giocando a golf con me ha detto frasi molto più pesanti sulle donne, anche se adesso fa il bravo marito perbenino.
È più che possibile che Trump avesse ragione, su Clinton. Ed è altrettanto probabile (l’ho già scritto altrove) che proprio quella frase abbia contribuito ad aumentare i consensi per il tycoon sboccato, non a farli diminuire. Forse perché dall’altra parte c’era una signora che evocava, a pelle, proprio ipocrisia e sepolcro imbiancato. Ma anche perché il “politicamente corretto” è uno sforzo, una fatica, una gabbia: ed è appagante liberarsene dando sfogo alle proprie pulsioni.
Del resto, in politica, questo soddisfacente atto di “liberazione dal politicamente corretto” rivendicato da Trump e ora da De Luca ha radici più lontane di entrambi.
Forse ce lo siamo dimenticati, ma è stato proprio teorizzato – per un ventennio – dai fan di Berlusconi. Ogni volta che l’allora premier tirava una bestemmia in pubblico, raccontava una barzelletta sulla “mela che si di figa”, organizzava una gang bang ad Arcore o faceva le corna a un vertice mondiale, si alzava su un Giuliano Ferrara per difenderlo tuonando sui farisei, sugli ipocriti, sui parrucconi. Viva Berlusconi, viva la sua gagliarda e animale autenticità, strillava Ferrara. E poi «chi non ha una striscia marrone sulle mutande» (testuale, me lo ricordo bene, sul Foglio). E non era un continuo attacco a presunti “farisei” la macchina del fango del Giornale, che tentava di difendere Berlusconi accusando Boffo di frequentazioni omosessuali e Boccassini di aver limonato in tribunale con un estremista di sinistra?
Eppure, una parte di ragione c’è, in tutto questo, al netto delle difese d’ufficio e delle macchine del fango.
«Siamo peccatori, quindi cos’altro possiamo fare se non peccare?», diceva già Sant’Agostino. E chi di noi non si è messo le dita nel naso, non ha raccontato una barzelletta stronza, non ha lasciato la macchina in doppia fila, non ha approfittato al ristorante dello sconto-ma-senza-ricevuta e così via per tutto. Nessuno è perfetto, ciascuno ha le sue ombre.
Però, però.
Però siamo sicuri che rivendicare orgogliosamente il peggio di noi sia utile, a noi e al contesto in cui viviamo?
Siamo sicuri che sia utile a tutti noi eliminare ogni autocontenimento, liberare da ogni guinzaglio qualsiasi istinto abbiamo dentro, sdoganare qualsiasi pulsione e teorizzare l’estensione del proprio ego animale come giusta?
Siamo sicuri che non provochiamo così una corsa verso il basso collettiva, undumping civile di cui poi rischiamo di restare tutti vittime?
Siamo sicuri che questo sdoganamento individualista non sia ancora più dannoso in una società fortemente interconnessa e interdipendente come quella contemporanea, dove i comportamenti di ciascuno impattano su tutti gli altri?
Perché sì, certo, dentro ognuno di noi c’è un Berlusconi o un Trump che dice sconcezze sessiste; probabilmente c’è pure un De Luca che vorrebbe veder ammazzato un vicino di casa o un collega di lavoro. Sicuramente c’è un pezzo di anima stufo marcio di separare la carta dalla plastica nelle confezioni da buttare e che vorrebbe tanto lasciare la macchina in seconda fila quando non trova posto.
Ci mancherebbe.
E tuttavia queste non sono esattamente le nostre parti più utili a un decente convivere sociale.
Controllarle, contenerle, circoscriverle, dominarle e possibilmente con il tempo smussarle fino a renderle inoffensive (e anche meno dolorose per noi stessi!) si chiama miglioramento di se stessi. Non ipocrisia, se lo sforzo è autentico e il viaggio interiore reale: ma faticoso miglioramento di se stessi.
Che è il contrario esatto del rivendicare orgogliosamente queste nostre parti, dello sdoganarle, dello sbandierarle, del farle diventare regola sociale, anzigiungla antisociale. Del resto, eletto Trump sono subito aumentate le aggressioni razziali in America: perché se viene sdoganato il principio – e addirittura dalla Casa Bianca – è chiaro che possiamo farlo. Siamo liberi, yeah!
Invece.
Invece non è facile, ma di autocontenerci (e magari perfino di migliorarci, se possibile) abbiamo bisogno come il pane per convivere un po’ meglio tra maschi e femmine, tra giovani e anziani, tra precari e garantiti, tra bianchi e neri e così via. Non di esibire orgogliosamente le nostre pulsioni aggressive verso l’altro da noi, non di rivendicarle come segno di genuinità.
Perché funziona al contrario, la convivenza civile.
A costo di imporci, se è necessario, perfino rapporti formali. Che non sono ipocriti, come dicono De Luca e Trump, ma al contrario «limpidi come l’acqua di fonte, con regole scolpite nella pietra: non c’è rischio di sbagliarsi e durano per sempre. E dove ci sono rapporti formali regna l’ordine terreno» (The Young Pope).