DI ALBERTO TAROZZI

ALBERTO TAROZZI

Non è un mistero che, dal momento in cui Trump si è aggiudicato la vittoria e forse anche prima, in molti si sono chiesti se e quanto potesse durare la sua Presidenza. Per questo l’attenzione alla nomina del suo staff può essere vista anche come curiosità su chi e cosa, domani, possa sostituirsi a un Presidente “impicciato”.  Per meglio dire, qualora la successione toccasse come di diritto a Mike Pence, figura dai contorni non ancora ben definiti, a quale gioco di squadra ci toccherebbe assistere? Probabile che Trump sia consapevole di tale curiosità a che quindi, ad ogni buon conto, abbia inteso lanciare un messaggio: “Se non vi piaccio provate pure a eliminarmi che tanto sarà ancora peggio per voi”. Da qui una squadra che, ad una prima occhiata, dà i brividi e non si tratta certo di brividi legati all’imprevisto. Si va dalla Giustizia, consegnata nelle mani di chi (Sessions) già si è esibito con una terminologia razzista, alla Cia, cui è destinata la guida di chi (Pompeo) non pare abbia molte idee, ma che ritiene un punto fermo far saltare l’accordo sul nucleare con l’Iran. Più complessa la figura del nominato alla National Security Agency. Il falco Michael Flynn sembra molto tenero con Putin e quindi la sua nomina potrebbe lasciarci dormire sonni relativamente tranquilli. Sì e no. Vero forse per il contesto europeo, dal Baltico ai Balcani passando per l’Ucraina, ma in Medio Oriente meglio non fidarsi. L’ipoteca arabosaudita e quella israeliana sembrano mantenere tutto il loro peso sulla politica estera Usa. Prova ne sia che Flynn oltre che con Putin, tiene buoni rapporti anche con Erdogan (Gulen , dissidente turco rifugiato negli Usa è avvisato). Passando da Ankara è possibile essere bene accolti dalle parti dei Sunniti e così quadrerebbe il cerchio: Usa con Mosca, ma contro Teheran che di Mosca è alleata, con tanti saluti ai voli delle colombe. Per finire il Segretario di Stato, vero e proprio Ministro degli Esteri. Qui la nomina di Mitt Romney sembra questione di ore e suscita entusiami per ogni dove: elemento di riequilibrio, falco tra le colombe e via brindando. Può essere. In effetti in ambito repubblicano Romney è noto per avere detto che Trump è un falso e un cialtrone, ma può bastare? Il curriculum di Romney è ricco, ma non esaltante. Moderato sì, ma soprattutto molto moderatamente vincente. Cominciò a perdere in Massacchussets con Ted Kennedy nel lontano 1994; nel 2008 fu la volta del collega Mac Cain a metterlo sotto; nel 2012 toccò a Barack Obama; fino ai giorni nostri e al ”falso e cialtrone” Donald. Che dire di più? Romney è un Mormone, che, col dovuto rispetto, non è di per sé una garanzia di grandi competenze in campo internazionale, un requisito che a un Segretario di Stato non dovrebbe mancare.