DI LUCA BILLI
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Nel diritto degli antichi romani il plagium era il reato di chi vendeva o comprava come schiavo un uomo, pur sapendo che era nato libero. Partendo da questa parola, Marziale inventò l’aggettivo plagiarius per attaccare un poeta da quattro soldi che andava in giro per Roma leggendo in pubblico dei suoi epigrammi, spacciandoli per propri.
Evidentemente in arte il plagio è ancora frequente, anche se forse più tollerato che ai tempi degli antichi. Certo sapete che Mina e Celentano hanno pubblicato un nuovo album, se n’è parlato molto e anche i non appassionati di musica credo si siano imbattuti nella notizia. Si intitola Le migliori e probabilmente vi sarà anche capitato di vedere la copertina: in una strada cittadina ci sono quattro donne con vestiti e accessori coloratissimi e molto eccentrici che nascondono le fattezze dei due cantanti. Non c’è che dire: una copertina bella e originale. O meglio bella, perché non troppo originale.
Infatti in questi giorni il fotografo statunitense Ari Seth Cohen, famoso per le sue foto di donne per età e per abbigliamento un po’ fuori dagli schemi rispetto agli altri fotografi di moda, ha ripubblicato un suo scatto di qualche tempo fa: in una strada cittadina quattro signore molto eccentriche e coloratissime ci guardano divertite. E’ una foto praticamente identica a quella della copertina del disco, anche negli accostamenti di colore. Lo stesso fotografo nel suo blog racconta di essere stato contattato dalla casa discografica per poter utilizzare quella foto, ma che non è stato raggiunto un accordo. Evidentemente, visto che quella foto piaceva proprio, hanno deciso di rifarla, senza che il fotografo fosse citato e ovviamente pagato.
Ari Seth Cohen è un fotografo famoso, ha i mezzi per difendersi e soprattutto, come Marziale, ha gli strumenti e le occasioni di rivendicare il proprio lavoro – la notizia del plagio è stata riportata dai mezzi di informazione e anch’io, nel mio piccolissimo, oggi ne parlo – ma a quanti giovani fotografi capita di essere derubati in questo modo? A quanti giovani artisti succede ogni giorno qualcosa del genere? Senza che ovviamente diventi una notizia per i giornali o da commentare su Alganews.
Purtroppo la situazione è ancora più grave. Il poetastro che rubava i versi di Marziale sapeva benissimo che li stava rubando a un poeta molto più bravo di lui, ne riconosceva in questo modo il valore e soprattutto riconosceva un valore a quel lavoro così particolare che è lo scrivere dei versi. Che però è pur sempre un lavoro. Oggi chi ruba una foto o un brano musicale o una poesia, per usarla magari in uno spot pubblicitario, non si rende neppure conto che il lavoro dell’artista è un lavoro come un altro e, come tale, va pagato. Sempre. Forse perché anche il lavoro di quell’anonimo creativo non è considerato un lavoro ed è regolarmente sottopagato. In genere tutti i lavori in questo tempo dominato dal capitale vengono sottostimati, perché pagare meno chi lavora significa assicurare un guadagno più grande a chi usa quel lavoro, perché il lavoro sfruttato rende ancora più ricco il padrone, ma è tanto più evidente per quello che una volta si chiamava il lavoro intellettuale che, non producendo apparentemente nulla, sembra possa essere non pagato. Vuoi fare l’artista? Peggio per te, spera di avere dei genitori che ti possano mantenere per tutta la vita, perché non potrai sperare che qualcuno paghi per il tuo lavoro, salvo usare quel lavoro, quando è bello, perché magari fa vendere un prodotto.
L’arte è certamente un bene comune, come l’acqua, e in quanto tale deve poter essere fruito dal maggior numero possibile di persone e, proprio come l’acqua, dovrebbe costare poco a chi la consuma. Però chi la produce lavora e deve essere pagato, anche perché per fare una bella foto occorre studiare e bisogna farne almeno mille brutte, così come prima di scrivere una bella poesia occorre studiare e bisogna scriverne mille brutte, da gettare. Per questo l’arte non può essere regolata dal mercato, perché il mercato non può risolvere questa contraddizione. Anche se i padroni quando la usano, come nel caso da cui sono partito, la devono pagare, perché noi compreremo quel disco anche perché incuriositi da quella copertina o ci convinceremo a comprare quell’auto perché sedotti da quella musica.
Forse Marziale non ha poi sbagliato a “inventare” questa parola per significare il furto dell’arte, perché il capitale ci compra come schiavi, pur sapendo che siamo nati liberi.