DI ANDREA PROVVISIONATO

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E’ consuetudine per i Presidenti americani dopo la loro nomina affidare a parenti e amici fidati ruoli ufficiali nelle loro amministrazioni. Non tanto nominandoli ministri o sottosegretari, quanto facendogli occupare gli uffici fondamentali dell’ala ovest della Casa Bianca, per l’appunto la West Wing, dove hanno gli uffici la segreteria personale del presidente, il suo ufficio stampa e i suoi consiglieri più fidati. Analizzando le nomine a questi ruoli si può intuire molto meglio quale sarà la politica interna ed estera del Presidente che seguendo l’intera campagna elettorale. Ad esempio George W Bush riportò agli uffici della West Wing praticamente gli stessi uomini che l’avevano occupata durante la presidenza del padre. Da qui si intuì immediatamente che, almeno il suo primo mandato, avrebbe ricalcato e proseguito quello del genitore più illustre. Questa consuetudine tutta statunitense ha portato a definire le varie dinastie di presidenti che si sono susseguite alla guida del Paese come dei clan. Il clan dei Kennedy, dei Clinton, dei Bush. Il clan infatti comprende molto di più degli stretti famigliari, ma si amplia anche ad amici e famigliari acquisiti. Nel caso di Trump non si può parlare di un clan, quanto più propriamente di una tribù. Gli uomini e le donne che hanno seguito e sostenuto la sua campagna sono molto eterogenei tra loro per provenienza. Ci sono repubblicani moderati ed estremisti vicini al Ku Klux Klan. Famigliari e uomini di Wall street. Difficile decifrare quale saranno le mosse future di “The Donald”. Sarà un burattino in mano ad alti interessi come in qualche modo è stato Bush figlio? Oppure ricalcherà di più lo spirito Kennedyano e degli Obama? Una presidenza il più forte e indipendente possibile? Iniziamo ad analizzare le donne della tribù più vicine al neo presidente. Inutile sottolineare la diversità tra le ex first lady e la signora Trump. Melania, ex fotomodella di origini cecoslovacche, oltre ad essere la prima first lady nata in un Paese ex comunista, è la prima consorte alla Casa Bianca ad aver fatto delle foto porno soft. Già non amatissima dal grande pubblico, sarà difficile che i puritani americani la accettino come rappresentante femminile del governo americano. Più facile che quel ruolo nel tempo venga svolto dalla figlia maggiore Ivanka. Laureata con lode in economia, già vicepresidente dell’azienda di famiglia, la figlia maggiore di Donald ha seguito personalmente tutta la campagna elettorale del padre. La sua nomina a consigliera personale della First Lady sembra cosa fatta. È facile immaginarla in futuro a tagliare nastri rossi e a presenziare alle cene di gala al posto della madre. Altro fidatissimo di famiglia che dovrebbe avere un ruolo speciale accanto al Presidente dovrebbe essere il marito di Ivanka, Jared Kushner. Anche lui uno degli esponenti di spicco della campagna elettorale è considerato uno degli uomini più vicini al presidente. Sembra che Donald abbia già chiesto per lui l’acceso a documenti segretissimi e che stia pensando a lui nel ruolo fondamentale di Primo Consigliere. Esponente di una importante famiglia di immobiliaristi newyorkesi Jared è un ebreo estremamente osservante. Chi lo conosce lo definisce molto vicino alla destra israeliana. Se Kushner ottenesse il ruolo di primo consigliere del Presidente andrebbe ad affiancare un altro dei fedelissimi di Trump. Non un suo famigliare stretto, ma di sicuro uno di famiglia. Quel Stephen Bannon, banchiere di Wall street e noto esponente della destra americana più radicale, nazionalista e razzista già nominato a Chief Strategist (capo della strategia politica della Casa Bianca). Intanto dopo aver accettato come suo vice-presidente Mike Pence, considerato un repubblicano moderato e utilizzato da Trump come ponte con quell’ala del partito che proprio non lo digerisce. Donald ha dato un altro contentino al partito repubblicano con la nomina a capo dello staff della Casa Bianca di Reince Priebus, già presidente del partito, noto esponente antiabortista e sostenitore della Lobby delle armi. Aspettando l’attesa nomina al nuovo segretario del tesoro che con ogni probabilità andrà all’ex banchiere di Goldman Sachs Steven Mnuchin, osservando la squadra alla Casa Bianca del nuovo presidente si può dire subito una cosa: chi ha parlato dell’elezione di Trump come di un voto antisistema si sbagliava di grosso. Quello ha Trump è stato un voto pro sistema. Un voto che ha bocciato il sistema globalizzato e globalizzante della Clinton. E che ha riportato in auge poteri vecchi come gli Stati Uniti d’America e che sembravano destinati a sparire. Il sistema delle organizzazioni suprematiste bianche, delle grandi lobby di uomini d’affari, dei generali legati a filo doppio con le grandi industrie di armamenti, delle industrie del petrolio e del carbone, dell’inquinamento sfrenato. Oltre a mantenere intatto e inalterato lo strapotere delle banche e di Wall street, da sempre a proprio agio nelle stanze di Washington.