DI FERNANDO CANCEDDA
FERNANDO CANCEDDA
Elogio della mediazione. Con un editoriale così titolato, Ilvo Diamanti ci spiega sulla Repubblica quale può essere la vera chiave di lettura del referendum del 4 dicembre. Con una pasticciata riforma della Costituzione, una brusca accelerazione verso quel presidenzialismo di fatto che è da anni  (forse da sempre) nelle aspettative delle grandi concentrazioni di potere economico e finanziario. “Di fronte il Capo e il popolo sovrano – scrive Diamanti – …Verso una democrazia immediata, più-che-diretta, che rimpiazza ogni mediazione rappresentativa con i media”.
E infatti: “Addio investimenti se fermiamo la riforma”, minaccia ancora la Confindustria facendo eco al “Financial Times” (“Il 5 dicembre l’Europa potrebbe svegliarsi con l’immediata minaccia della disintegrazione”). Bisogna capirli, a loro la democrazia rappresentativa interessa poco. Interessano, invece, processi decisionali rapidi e prevedibili. E chi meglio di “un uomo solo al comando”, meglio se indirizzato e aiutato dai media di cui quei poteri dispongono, potrebbe garantirli?
Semplificando molto, e chiedendo scusa ai sociologi della politica, mi pare di poter individuare le due strade principali seguite negli ultimi decenni per condizionare  politica e  istituzioni. Da una parte il finanziamento economico, lecito o illecito. Dall’altra la promozione del leaderismo, che sostituisce la dialettica interna ai partiti, il confronto permanente di idee e di proposte, l’utilizzo delle competenze diffuse nel territorio e nella società civile. E al posto di questi ultimi, la competizione mediatica dei leader fra loro, accompagnata dal tifo dei loro sostenitori, che hanno la scelta fra  un Sì e un No, fischiare o applaudire. Quella che qualcuno oggi chiama la post verità. Al servizio, aggiungo io, della post democrazia. Partiti sempre più personalizzati e inutili, abbandonati dagli iscritti. “Voto Tizio per paura di Caio”, sentiamo dire. In Italia come nel resto del mondo.
Basta un’occhiata alla prima pagina della Repubblica, la stessa che ospita l’ottimo editoriale di Ilvo Diamanti, per averne conferma: “Il nuovo muro di Angela”, “L’ombra lunga di Marine Le Pen”, “La missione di Obama alla guida della resistenza”. Vi immaginate, negli anni in cui è nata la Costituzione, titoli come “La rivolta di Palmiro”, “Il silenzio di Alcide”, “Lo sdegno di Nilde”? Al rispetto per i titolari delle istituzioni sostituiamo una falsa familiarità, tanto falsa da avere bisogno di scorte armate per difendersi dalle intemperanze degli oppositori. Ma in altri paesi, per esempio gli Stati Uniti, questa falsa familiarità si accompagna almeno ad una scelta diretta del proprio rappresentante in parlamento. Da noi si preferiscono deputati nominati dalle segreterie dei partiti e senatori eletti dai consiglieri regionali.
Ora sembra però che questa macchina accentratrice del potere cominci a perdere colpi. La Brexit, l’elezione sconcertante di Trump, ma anche la risposta, per ora soltanto annunciata, dei cittadini al referendum  costituzionale rappresentano un segnale abbastanza forte da preoccupare i fautori dell’oligarchia. Anche alcuni  nostri talk show hanno iniziato a spostare il tiro, dal battibecco scontato e ripetitivo tra i leader politici alla documentazione e all’inchiesta giornalistica, alle testimonianze di cittadini ed esponenti del vasto mondo delle associazioni. Non voglio farmi illusioni ma la preferenza, dichiarata a conclusione del suo articolo  da Ilvo Diamanti per la democrazia rappresentativa, la preferenza che io ho sempre condiviso per la “buona” mediazione realizzata da “buoni” partiti, potrebbe – a dispetto del berlusconismo vecchio e nuovo – riuscire a farsi valere.
renzi-grillo