DI GIORGIO CREMASCHI
GIORGIO CREMASCHI
Perché una lavoratrice o un lavoratore in quanto tali, e non come semplici cittadini, dovrebbero essere interessati ad esprimere con tutta la forza possibile, nelle urne e nel paese, il loro No alla controriforma costituzionale di Renzi? A questa domanda dobbiamo rispondere se vogliamo suscitare quella risposta di popolo che oggi non è affatto scontata e sulla cui assenza conta il fronte del Sì per vincere il referendum.
Per giungere a questo risultato dobbiamo smontare i due concetti principali usati dalla propaganda avversaria: che la controriforma sia un cambiamento rispetto all’immobilismo degli ultimi trent’anni e che comunque essa, per quanto profonda, non intacchi i principi della Prima parte della Costituzione.
Sull’uso spregiudicato della parola cambiamento la critica per certi versi è semplicissima, in particolare nel mondo del lavoro. Non c’è un solo cambiamento in questi ultimi trent’anni che sia stato favorevole a chi lavora, vorrebbe lavorare, finisce di lavorare. La stessa parola riforma, che negli anni ’70 del secolo scorso individuava l’affermazione dei diritti sociali e del lavoro, oggi propone un fine opposto. Riforme sono quel pacchetto di misure liberiste, riduzione dei salari e dei diritti del lavoro, tagli allo Stato sociale, privatizzazioni, che vengono chieste dalla Troika e dalla finanza internazionale e fatte proprie dai governi. Oggi se sentono parlare di riforme, lavoratori e pensionati spaventati subito mettono la mano a protezione del portafoglio. Per questo mi sembra più giusto usare la parola controriforma.
Che il cambiamento non sia un valore in sé lo sanno benissimo gli operai ai quali l’impresa spiega che deve per forza cambiare, che è costretta a delocalizzare e che purtroppo lo status dei suoi dipendenti cambia, da quello di risorse a quello di esuberi. Si può cambiare in meglio o in peggio, nessuna persona sana di mente accetterebbe di cambiare comunque, a meno di non essere tratta in inganno dai quei patti diabolici di cui sono piene le favole.
Tuttavia si può rispondere alla retorica del cambiamento con una contestazione più mirata. La controriforma di Renzi, non cambia, ma piuttosto conclude un processo trentennale di smantellamento dei principi e delle regole della Costituzione del 1948. La legge Renzi-Boschi sistematizza un processo di riduzione dei poteri e dei diritti popolari e del lavoro, di centralizzazione del potere iniziato negli anni ’80 del secolo scorso con i governi di Bettino Craxi. Non a caso è in quegli anni che si comincia a parlare di governabilità e decisionismo. Allora si lanciò il progetto di una ‘grande riforma’ che superasse il sistema costituzionale uscito dalla sconfitta del fascismo e rafforzasse il potere di decidere del governo e del suo capo. Craxi accompagnò questo suo disegno con il taglio per decreto legge del salario determinato dalla scala mobile. Questo per chiarire quale fosse il segno sociale ed economico del decisionismo rivendicato. Nel mondo della globalizzazione dei mercati e della speculazione finanziaria dominante sarebbe stato necessario un nuovo tipo di governo, più simile all’amministrazione di una impresa che debba competere con la concorrenza, che al governo democratico della società.
Contemporaneamente allo smantellamento di quei lacci e lacciuoli, per usare la definizione di Guido Carli, che limitavano mercato e potere d’impresa, negli anni ’80 si diede il via alla piena affermazione del potere della finanza sul bilancio pubblico. Nel 1981 venne decisa la separazione del Tesoro dalla Banca d’Italia, per cui da quel momento l’amministrazione pubblica per i suoi bisogni avrebbe dovuto indebitarsi con le banche e la finanza internazionale a prezzi di mercato, invece che ricorrere alla Banca d’Italia come nei decenni di crescita precedenti. Insomma negli anni ’80 si misero in campo tutte le basi delle politiche liberiste contro il lavoro e i diritti sociali, poi sviluppatesi nei trenta anni successivi. La grande riforma politica, che avrebbe dovuto ristrutturare le istituzioni democratiche in funzione del mercato e della impresa, invece segnò il passo e subì l’interruzione traumatica di tangentopoli.
Ora Renzi riprende e porta a conclusione tutti i progetti di riforma autoritaria della democrazia nati trent’anni fa, contemporaneamente ed assieme all’affermazione delle politiche economiche e sociali liberiste. Il suo quindi non è un cambiamento, ma il compimento sul piano istituzionale delle politiche che da trenta anni colpiscono il lavoro.
Roberto Benigni e altri sostengono però che la legge Renzi-Boschi possa essere accettata proprio perché inerisce alla organizzazione del potere e non ai suoi fini, che resterebbero ancora quelli definiti nella prima parte, che non viene toccata. La Costituzione più bella del mondo resterà, dicono costoro, sarà solo più efficiente.
Anche qui basterebbe un poco di buonsenso per contestare una affermazione che chiaramente non sta in piedi. Come si possono cambiare 47 articoli della Costituzione in una volta sola e poi sostenere che la Carta in fondo è sempre la stessa? Se in una automobile lascio tutta la carrozzeria esterna e cambio motore e parti meccaniche io ho un’altra vettura e anche la carrozzeria ne risentirà, sempre che non si vada a sbattere.
Ma la questione è in realtà molto più grave.
La Prima parte della Costituzione, cioè i principi sul lavoro, sulla salute, sul rapporto pubblico privato, sull’ambiente, da tempo viene devastata dalle normali leggi dei governi. Forse che acquistare un operaio come un pacchetto di sigarette dal tabaccaio, con i voucher, ha qualcosa a che vedere con il concetto costituzionale di lavoro? E la distruzione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e tutte le forme di precarietà previste per legge, non espellono forse i diritti costituzionali dai luoghi di lavoro? Di Vittorio chiedeva di far entrare la Costituzione nelle fabbriche per realizzarla davvero, oggi la si estromette dal rapporto di lavoro ridotto a merce, per poi renderla vuota e inutile ovunque. E lo Sblocca Italia, la Buona Scuola, i tagli alla sanità che costringono milioni di poveri a non curarsi, quelli alle pensioni, le privatizzazioni non devastano ogni principio della prima parte della Costituzione? E la guerra in violazione plateale dell’articolo 11?
Da tempo la politica quotidiana dei governi viola i principi della Prima parte della Carta, la controriforma della sua Seconda parte istituzionalizza e rende permanente il pratico smantellamento della Prima.
La nostra non è una costituzione liberale che stabilisce semplicemente le regole del gioco per l’accesso al potere politico. Quello era lo Statuto Albertino, che permise vent’anni di dittatura fascista nel rispetto delle sue regole. La nostra è una Costituzione democratica a forte caratterizzazione sociale, è una Costituzione sociale.
Voglio ricordare quello che secondo me è l’articolo che meglio caratterizza il senso e lo scopo della nostra Carta, l’articolo 3.
All’inizio quell’articolo afferma semplicemente il principio dell’eguaglianza formale: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”, fin qui siamo nel solco delle costituzioni liberali e borghesi. Ma poi nel secondo comma cambia tutto, leggiamolo: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Ecco, qui la nostra Costituzione afferma che senza eguaglianza sociale non c’è davvero neppure quella formale. Marchionne che guadagna 50 milioni di euro all’anno ed un operaio Fiat che ne prende 25000 non sono eguali. Uno ha infinitamente più potere dell’altro.
Per questo il diritto del lavoro non è eguale a quello commerciale, perché la compravendita della prestazione di lavoro non avviene tra contraenti con pari forza contrattuale. Il diritto del lavoro parte dal presupposto che i rapporti di forza tra impresa e lavoratore vadano riequilibrati a favore di quest’ultimo; ed è proprio per questo che le riforme liberiste degli ultimi trent’anni smantellano il diritto del lavoro e lo sostituiscono con il diritto commerciale. Secondo la controriforma liberista il lavoro va trattato come qualsiasi altra merce e non deve essere sostenuto da leggi e tutele speciali, altrimenti verrebbero violate le sacre leggi del mercato.
L’articolo 3  riconosce la disparità sociale delle classi come limite assoluto della democrazia e affida alla Repubblica il compito di ‘rimuovere’, apprezziamo bene la forza di questa parola, gli ostacoli economici all’eguaglianza. Chi sono i soggetti a cui la Repubblica deve offrire la sua tutela particolare, i cittadini svantaggiati genericamente intesi? No, sono proprio i lavoratori perché evidentemente per la nostra Costituzione il grado di libertà reale del paese si misura innanzitutto con quello del lavoro. Una costituzione classista? No, democratica nel senso ampio assunto da questa parola dopo la sconfitta del fascismo.
Si noti bene poi che il compito di rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza non è affidato al governo o al suo capo, ma alla Repubblica. Cioè al governo, al Parlamento, alla magistratura, agli enti locali, a tutte le istituzioni politiche che compongono la Repubblica, comprese le organizzazioni che la Costituzione riconosce come fondamentali, sindacati, partiti, libere associazioni. Tutto questo è la Repubblica, che si dà il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono la reale eguaglianza. La repubblica prefigurata ed organizzata dalla controriforma di Renzi è invece tutta un’altra cosa.
Prima di tutto nella Costituzione renziana c’è un uomo solo al comando. Il Parlamento è composto di nominati, direttamente il Senato, indirettamente ma egualmente la Camera. Che viene eletta con una legge elettorale che concede il potere assoluto alla più grande delle minoranze, che potrà decidere quello che vuole, o meglio quello che vuole il suo capo, contro la maggioranza del paese che non l’ha scelta per governare. Un colpo di Stato permanente, frutto del golpe bianco che ha prodotto la stessa legge di riforma. Non dimentichiamo infatti che un Parlamento dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale, con una maggioranza che rappresenta poco più del 20% del paese reale, ha smontato un Costituzione votata nel 1947 da oltre il 90% di una Assemblea eletta dal 90% dei cittadini.
Il potere autoritario che scaturisce dai 47 nuovi articoli della Costituzione renziana distrugge l’autonomia di tutte le istituzioni della Repubblica, dal Parlamento, alla magistratura, agli enti locali. I sindaci diventano impiegati del governo, visti i vincoli nazionali ed europei cui sono sottoposti secondo il nuovo articolo 119. I sindacati, anche per le complicità di CGIL-CISL-UIL, vengono anche essi soggiogati al sistema di potere. Che a sua volta deve obbedire a vincoli e ordini superiori, quelli dettati dal vincolo europeo.
In sintesi la controriforma della Costituzione è un tavolo a tre gambe. Quella centrale, su cui siamo chiamati ad esprimerci con il referendum, organizza il sistema di potere attorno al capo. Un’altra gamba è l’Italicum, la legge elettorale truffa che determina chi sarà il capo. Ed infine il nuovo articolo 81, che impone al capo un vincolo superiore: quello del fiscal compact europeo, il pareggio di bilancio obbligatorio costituzionalmente. Una Repubblica autoritaria a sovranità limitata, questo è ciò che sta sul tavolo della controriforma costituzionale. Noi col nostro voto possiamo far saltare solo una di queste tre gambe, ma con le restanti due il tavolo non starebbe in piedi e farlo crollare definitivamente dovrà essere il nostro obiettivo.
Altro che rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e la partecipazione dei lavoratori, la nuova Repubblica si dà un altro mandato, quello di rimuovere gli ostacoli alla libertà d’impresa. Nel nome del mercato e dell’austerità europea, il capo supremo deve fare sì che la Repubblica sia sempre più appetibile per gli investimenti della finanza e delle multinazionali, che devono essere attirati come dice la propaganda liberista dominante. È la Repubblica del TTIP, il trattato internazionale che vorrebbe concedere il diritto alla extraterritorialità giudiziaria alle multinazionali, prima di tutto sui diritti del lavoro e sulla tutela della salute e dell’ambiente.
Le fonti ispiratrici di questa costituzione di mercato sono chiaramente rintracciabili nei centri del potere finanziario europeo e multinazionale. Basta rileggersi la lettera del 5 agosto 2011, indirizzata al governo italiano da Draghi e Trichet, cioè dalla Banca d’Italia e dalla Banca Centrale Europea. Quel testo definiva un preciso programma di governo di riforma costituzionale, realizzato poi in gran parte dagli esecutivi che si sono succeduti da allora alla guida del Paese. Ma soprattutto bisogna ricordare il documento del 28 maggio 2013 stilato dalla banca JP Morgan, una delle grandi istituzioni della finanza speculativa mondiale.
La Banca Morgan scriveva che le riforme liberiste nei paesi europei periferici, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, non si erano potute realizzare pienamente a causa degli ostacoli frapposti dalle relative costituzioni nazionali. Dell’elaborazione di quelle costituzioni, figlie della sconfitta del fascismo, la banca sottolineava la parte rilevante avuta in essa dalle forze di sinistra socialiste e comuniste. Per questa ragione storica le Costituzioni antifasciste tutelano il lavoro, danno troppo potere alle opposizioni così come alle regioni e ai comuni, garantiscono i sindacati e in definitiva danno potere di veto a chiunque scenda in piazza per difendere i propri interessi. Finché ci sarà l’ostacolo di queste Costituzioni, le riforme liberiste della economia e della società non potranno mai dispiegarsi con tutta la loro efficacia, quindi se si vorranno realizzare davvero quelle riforme, bisognerà cambiare quelle costituzioni, concludeva allora la banca.
Non può esservi dubbio che la legge Renzi-Boschi corrisponda meticolosamente agli indirizzi di riforma costituzionale rivendicati dalla banca Morgan e che la sua messa in opera cancellerebbe la sostanza della Costituzione antifascista. Per questa semplice ragione il mondo del lavoro deve votare No alla controriforma, affinché l’Italia sia ancora una Repubblica democratica fondata sul lavoro e non sulle banche.
http://popoffquotidiano.it/2016/11/21/referendum-ecco-perche-un-lavoratore-dovrebbe-votare-no/