DI DARIO CELLI

DARIO CELLI

Più o meno duemila chilometri a sud – a sud di quel “mettete dei fiori ai vostri confini” – la musica invece è davvero diversa.

Da quella parte, d’altronde, gli Stati Uniti si affacciano verso una nazione di quasi 118 milioni di persone, con un buon 11% che – secondo un recentissimo sondaggio del prestigioso Istituto di rilevazione americano Gallup – vuole andarsene via.

Via dal Messico.

E’ pur vero che l’economia messicana galoppa (eccome! nel 2013 la sua ricchezza dovrebbe aumentare, secondo le stime, del 3,3%): ma la distanza con gli Stati Uniti resta abissale.
Per quasi 13 milioni di messicani – e a questi si devono aggiungere le svariate centinaia di migliaia di immigrati centro e sudamericani che arrivano in Messico per tentare di spingersi poi più a nord – l’Eldorado dunque si trova lì, a portata di mano, di qualche passo. 

Negli Stati Uniti d’America.
Davvero questione di pochi metri.

Quando dagli Usa, da San Diego, California, si passa a Tijuana in Messico, il contrasto è pazzesco. 
Questione di cento metri – che sono ancora più impressionanti se si percorrono a piedi – e si passa da questo paesaggio…

… attraverso questa strada…

a qui. 
Qui, a Tijuana, Messico. 
 
 

E’ una sensazione simile (ma contraria) a quella che si prova da noi quando in auto si passa il confine sulla via Aurelia: a Ventimiglia traffico, auto in doppia fila, clacson, rumore, muri scrostati, la solita confusione…
Dieci metri più in là, in Francia, a Mentone, il panorama improvvisamente è l’opposto.
Un altro mondo.
 
Frequentavo le elementari a Torino, quando per la prima volta mi trovai di fronte ad un confine di Stato: la mia scuola mi portò in gita a Claviere, in un albergo che era proprio lì, davvero ad un paio di metri dal confine con la Francia.
“Assolutamente vietato anche solo avvicinarsi alla sbarra di confine”, ci disse la maestra, dove peraltro per nulla sorridenti agenti con uno strano cappello in testa – una specie di piccolo cilindro piatto nero – ci osservavano con aria severa nonostante fossimo bambini.

Eppure gli animali, gli uccelli, andavano e venivano come volevano, pensai… Fregandosene, appunto, “dei sacri confini della patria”. 
Ok, ammetto che questo lo iniziai a pensare qualche anno dopo.🙂

Insomma, i confini mi hanno sempre affascinato.
Potete immaginare, dunque, come mi sentissi quando vidi il primo confine terrestre degli Usa.
A San Diego, in California, appunto.
Questa foto la feci nel 1992, e devo dire che la visione di ciò che divideva gli Stati Uniti dal Messico mi impressionò non poco. 
Ma il muro non era a Berlino?
Ma quello era il mio primo viaggio americano, e dunque fino a quel momento mi imponevo di limitarmi ad immagazzinare visioni, sensazioni, informazioni, testimonianze, dati. 
Che avrei messo in ordine, elaborato, dopo, col tempo.
 curiosamente – riguardate per un istante la foto – quello scatto lo feci proprio mentre, in quella parte di muro che divideva San Diego con Tijuana, veniva rattoppato un buco.
O forse si trattava soltanto di normale manutenzione.
O forse era proprio un inizio di breccia.
Aperta nottetempo chissà da chi.
 
Perché, è comprensibile: l’Eldorado era da questa parte. 
E viene (anche in questo caso “comprensibilmente”?) protetto.
 Fu proprio da quegli anni, dall’inizio degli anni ’90, che la barriera iniziò a svilupparsi. Anche se il il “Secure Fence Act” – il discusso progetto di George W. Bush di erigere un vero e proprio muro per almeno mille dei 3141 chilometri di confine fra gli Usa e il Messico – oggi è stato accantonato dal Presidente Barak H. Obama. 
Non solo per ragioni “elettorali”, ma soprattutto perché ritenuto troppo costoso, rispetto ai modesti “vantaggi” fino ad ora ottenuti, non molto diversi da quelli potenziali delineati dagli esperti in caso di completamento di un’opera che sarebbe costata davvero un salasso.
 
Basta passeggiare sulla spiaggia di San Diego verso sud (o meglio, prendere l’auto, andare sulla Interstate 5, farsi una quindicina di miglia, uscire all’exit 4, quella di Coronado Ave-Imperial Beach), 
 
superare appunto la bellissima Imperial Beach, ed eccolo. 
 
Pensate: l’ultimo tratto di territorio americano in realtà è un parco, una bellissima riserva naturale.
                              
Si chiama Border Field State Park e come tale è gestito dal California Department of Parks and Recreation, con i suoi orari di apertura e chiusura, e il suo costo di ingresso, 5 dollari.
 
Arrivandoci sembra davvero (ma è!) un normale parco americano: bellissimo, curato, con prati con l’erba perfettamente rasata e con le sue belle e ordinate “pic-nic area”.
Non mancano le piste ciclabili di sabbia battuta, fra le dune…
 
la possibilità di farsi una bella cavalcata in spiaggia…
 
 
con la maestosa potenza delle onde dell’oceano che fa da perenne colonna sonora insieme alle urla di giganteschi gabbiani,
 
fino a quando il sole non tramonterà nell’Oceano Pacifico.
 
Se però si guarda verso sud, l’impatto è decisamente differente.
 
Ammetto: vedere quegli ultimi metri di Stati Uniti d’America fa impressione. E non poco.
In questo tratto si tratta di una cancellata alta quattro-cinque metri…
Una cancellata che finisce in mare, con la terra che riemerge con la bassa marea. 
 
Una delle immagini più paradossali è quella di surfisti che sfidano le potentissime onde del Pacifico, sfiorando la linea di confine… 
 
Molto meno lo sono altre scene di vita quotidiana che si possono vedere alBorder Field State Park, mentre una pattuglia sorveglia dall’alto con discrezione.
 
Per qualcuno è come osservare il mondo da quell’oblò a sbarre.

Più probabilmente la famigliola messicana qui sopra sta aspettando qualcuno: parenti “americani” con cui parlare o semplicemente amici da salutare. 
 
Perché questo tratto di confine “a sbarre” è anche (almeno qui) un vero e proprio punto di incontro.
 
Si incontrano famiglie che sono “di qua” con quelle che sono “di là”. Qualcuno si porta la borsa della spesa, dove mettere magari prodotti “americani”…
Qualcuno la domenica fa anche il pic-nic, riparandosi dal sole con un ombrellone.

Qualcuno aspetta il proprio marito, la propria moglie.

Così si può assistere a strazianti incontri di innamorati
 
che lì si danno appuntamento, e si cercano, e si abbracciano, e si parlano, e si baciano.

E si promettono una vita migliore.


Sognando. 
Attraverso le sbarre.

Senza saper bene chi, dei due, sia il prigioniero.

Il faraonico progetto repubblicano – quell’unico alto muro che avrebbe dovuto proteggere gli Stati Uniti dividendolo dal Messico, un’idea tutta politica e che si è poi rivelata troppo dispendiosa realizzarla e soprattutto mantenerla in perfetta manutenzione – non ci sarà. 
E’ stato definitivamente cassato dal Presidente Barak H. Obama. 

Intanto perché ci sono altri modi (più efficaci, più moderni e più economici) per controllare i flussi migratori; 
poi per evidenti problemi d’immagine; 
ma anche perché il Presidente Obama non può dimenticare che una buona parte delle sue due vittorie sui candidati repubblicani le deve proprio all’elettorato americano di origine ispanica.
 
Per ora, comunque, la situazione è questa:


i chilometri di muro esistenti sono quelli tratteggiati in rosso: complessivamente sono circa 250. 
Poco o niente rispetto all’intera linea di confine – in gran parte nel deserto – che Bush jr. voleva chiudere.
 
 
Dunque, il confine viene sorvegliato dall’United State Border Patrol, la polizia di frontiera, con i suoi fuoristrada,
 

ma soprattutto, oggi, con i suoi moderni droni dotati di telecamere a visione notturna: velivoli senza pilota, radiocomandati da terra.


Poi ci sono i volontari.

Dick e Ron sono due di loro. 
La loro storia è raccontata qualche anno fa in un bellissimo documentario di Drea Cooper e Zackary Canepari“Borderland”, “Terra di frontiera”
Sette minuti e mezzo che “tutti gli americani dovrebbero vedere”, ha detto Dick, che volontariamente, quando può, insieme al suo amico Ron pattuglia il confine per cercare di contrastare il traffico di droga che arriva dal Messico.

La stessa droga che gli passava sotto casa, in quel tratto di deserto, e che gli ha portato via la figlia.

E qui, la droga spesso viaggia con i carichi di immigrati  che sognano l’America. E che spesso i trafficanti abbandonano nel deserto, lasciando morire di sete, di caldo, di freddo, di fame ogni anno centinaia di persone.
“Un muro incompiuto, grande, intenso, intimidatorio, con buchi ovunque, politicamente sconcertante, ideologicamente complicato” lo definiscono Drea Cooper e Zackary Canepari, gli autori di “Borderland”

Che raccontano la battaglia solitaria di Dick e Ron, i quali non vedono nulla di ideologico o di politico in ciò che fanno.
Se non il proteggere se stessi, dicono, e la propria famiglia, i propri bambini, e quello in cui credono, quello per cui vivono: l’America, che lì appare così fragile e vulnerabile, con tutte quelle migliaia di chilometri aperti a tutti.
 
 
Dick, pistola carica, racconta di avere un conto in sospeso con i corrieri della droga. 
Ron, ricorda che gli hanno rubato due volte il bestiame.
Non sa certo chi sono i ladri: ma chi altri potrebbero essere?



Raccontano di essere stanchi di tutto questo e ricordano che “i coyote” (così vengono chiamati) obbligano molti immigrati che entrano illegalmente negli Usa a trasportare droga in cambio “del passaggio”.

E che “i coyote” rapiscono le donne, le violentano e le uccidono.
Tracce del passaggio degli illegal si trovano di continuo, in quel deserto: brandelli di vestiti, bottiglie di plastica…

















E in questo deserto ne vengono bloccati tanti. Centinaia di migliaia l’anno.

Tra il 1° ottobre 2003 e il 30 aprile 2004 vennero arrestati 660.390 immigrati illegali.
Avete letto bene: seicentosessantamila e passa. Ma non ci sono dati recenti. 
Così per i morti.
Sempre secondo i dati ufficiali, dal 1998 al 2004 le persone morte lungo il confine Messico-Stati Uniti sono state 1954. Nel 2005 “circa” 500. 
Nel 2009, 417.
Molti corpi vengono trovati nel deserto con evidenti segni di tortura. Quelli delle donne straziati da violenze sessuali. 
E bare, simboliche, sono lì, sul muro, a ricordare questa tragedia.

E’ una guerra, questa, che miete vittime anche fra i poliziotti, ovviamente.
Come l’agente Robert W. Rosas jr, ucciso in un agguato mentre era di pattuglia.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Aveva 30 anni appena compiuti, quando fu ucciso in mezzo al deserto.
 














“Attenzione! Non esporre la tua vita ai pericoli della natura. Non ne vale la pena! Qui non c’è acqua potabile!” dice questo cartello esposto alle porte del deserto.
 
Con quest’altro, invece, che avvisa gli automobilisti ad essere cauti alla guida perché improvvisamente qualcuno può sbucar fuori dal nulla, e attraversare la strada di corsa…
 
 
Sono anni che Dick pattuglia il confine, come un guerriero solitario, alla caccia dei trafficanti di droga: “E se fossi sicuro di aver salvato dalla droga almeno un bambino, la mia vita avrebbe assunto, a questo punto, un senso…”.
 
Da qui, la strada per gli Usa, è ancora lunga.
Per molti è ancora un sogno.
 
Da raggiungere ad ogni costo.
Perché, come dice un proverbio rumeno, “ognuno va dove il pane è più dolce”.
 
E mentre ci sarà certamente qualcuno che, in questo preciso momento – mentre io scrivo e mentre voi leggete – starà cercando di scavalcare quel muro che segna il confine fra Stati Uniti e Messico…
c’è chi ci gioca, usandolo come “rete” per una partita di pallavolo.

Sono gli abitanti di Naco, paesino di confine dell’Arizona, che celebrano, con chi abita dall’“altra parte”, la “Fiesta Bi-Nacional” e che ogni tanto si fanno una bella partita.
Musica, tortillas, perrito caliente, hamburghesas, cherveza,  churro a volontà, e un bel torneo di volley fra “messicani” e “gringo”.

(Reuters/Jeff Topping)
Partite fra chi di loro è rimasto e chi di loro vive dall’altra parte.
In America. 
 
Con il muro di George W. Bush usato come rete.
Loro, certamente, non hanno mai letto “Lettera ad una professoressa”: ma, porca miseria!, che modo straordinario hanno trovato per “ridere dei sacri confini della patria”…