DI FABRIZIO NOLI

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“Chi sono io per giudicare i gay?” . Quando Papa Francesco si espresse con queste parole sul tema, delicato anche all’interno della Chiesa, dell’omosessualità, nel luglio 2013, di ritorno dalla GMG di Rio de Janeiro, provocò un terremoto di reazioni, sia positive che negative. Dal “finalmente si cambia”, al ” è la fine della chiesa”. In realtà, credo che si debba valutare il tutto alla luce di una semplice parola: misericordia. Una parola molto in voga, nel corso dell’anno santo, ma molto dimenticata a livello globale, penso ai muri antimigranti o alla tragedia siriana.

La realtà è che il papa non metterà mai in discussione la dottrina. L’aborto rimane, a suo parere un crimine “orrendo”, ma non per questo i sacerdoti che confessano fedeli passate attraverso un’esperienza di questo tipo possono ergersi a giudici spietati. Lo spiega bene, l’esortazione post-sinodale ” Amoris laetitia”. Compito della Chiesa è accogliere tutti, compresi i fedeli omosessuali. Il che non vuol dire che Francesco salirà mai sul qualche carro di un qualsivoglia gay pride….tutt’altro. Ma accogliere, curare le ferite , guardare agli esclusi, a chi soffre, alle periferie: questa è la missione della Chiesa “ospedale da campo” che Francesco ha predicato fin dall’inizio del suo mandato. Questo, nient’altro.