DI  MICHELE ANSELMI
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Continuo a leggere commenti estasiati, quasi da film che può cambiare la vita, attorno a “The Young Pope” di Paolo Sorrentino. Si spendono aggettivi impegnativi, come “potente” e “destabilizzante”, c’è chi si sente toccato dalle parole sul Dio sorridente (ma che non conforta) dette da Pio XIII in piazza San Marco prima di intravvedere nella folla i due anziani genitori hippies, c’è chi trova Lenny Belardo un pontefice senza aggettivi, capace di risvegliare la fede e le coscienze, magari al suono di “All Along the Watchtower” di Dylan (per quanto rifatta).
Ripeto, allora, a scanso di equivoci. Ogni parere è naturalmente lecito, anzi interessante, sul “giovane Papa” inventato da Paolo Sorrentino, nel frattempo impegnata a lanciare sul “Messaggero” un ragionevole e condividibile “urletto di dolore” sulla situazione del quartiere Esquilino, da lui scrutato dall’alto della sua splendida altana di piazza Vittorio.
A me non piace la serie, vista – credetemi – senza alcun pregiudizio, anzi con viva curiosità. Però trovo ridicole, ma davvero ridicole, frasi del tipo: «È difficile per un Santo rispondere alle domande degli essere umani» (se lo dice da solo, Lenny); oppure, essendo lui il Santo Padre: «Io non credo in Dio, quelli che credono in Dio non credono in niente». E a non dire di quella sequenza, molto piaciuta agli esegeti, al punto da essere definita “geniale”, con il pontefice che viene raggiunto in sogno da tanti illustri predecessori, incluso Giovanni XXIII, e a tutti, raccolti come in una foto ricordo, chiede: «Io vi imploro, confidatemi la più saggia delle cose che avete imparato». Uno gli risponde di avere più fiducia in se stessi che nel Signore, e lui, il Papa con la sigaretta e la tiara, risponde: «Mi aspettavo qualcosa di meno banale». L’altro, il Papa estinto, replica: «Non sai quante volte una banalità può rivelarsi vera». Vabbè. Vale anche per tanti sketch della serie.
Poi d’accordo, Sorrentino è un grande e fantasioso regista, gli piace orchestrare un cinema di tipo aforistico, esteticamente elaborato, ricolmo di musica, spiazzante, barocco, al punto che Silvio Orlando, il cardinale Voiello giubilato dal Papa americano, su “Sette” dice di lui: «La molla principale di Sorrentino è il divertimento, non è un caso che il suo mito sia Diego Armando Maradona, un calciatore non ingabbiabile». E giù complimenti su «la goliardia funerea, il senso di morte latente e giocoso», perfino un accostamento con Samuel Beckett (?).
Come vedete, l’enfasi si spreca, ma ciascuno al cinema o davanti alla tv è un critico assoluto, non esiste oggettività, quindi va benissimo che tanti amici lontani dalla fede o sedicenti agnostici, sia pure attraverso una serie di forte impronta spettacolare ambientata in Vaticano, abbiano tratto da “The Young Pope” motivi di riflessione.
Io, francamente, preferisco meno effetti e più sostanza, meno spiritosaggini argute e più drammaturgia meditata, meno coreografie di suore e più tormenti umani. Ma, appunto, de gustibus.
Come consiglia papa Francesco (quello vero) in “Misericordiae Vultus”: «Riscopriamo le opere di misericordia corporale: dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti. E non dimentichiamo le opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti».
Parole che a Pio XIII dovrebbero risultare di una noia mortale: un po’ come incontrare il Patriarca di Mosca, accogliere i bambini o vedere il golf in tv.