DI SALVATORE OCCHIUTO

SALVATORE OCCHIUTO

Un aspetto quasi ignorato del referendum costituzionale del 4 dicembre riguarda la politica estera. Una considerazione che ribalta completamente l’assurda convinzione dei sostenitori del Sì che una vittoria del No costituerebbe un’irreparabile danno all’overstanding internazionale dell’Italia. Durante i governi di Spadolini (1981-82), Craxi (1983-1987), Berlusconi (1994-95, 2001-2006, 2008-2011) si è cercato di accentuare il ruolo istituzionale del premier senza cambiare la costituzione, bensì utilizzando in maniera estensiva la Legge della Presidenza del Consiglio legiferata da De Mita nel 1988. Una concessione che evidentemente non bastava a Renzi che ha intrapreso una sostanziale procedura di modifica. L’attuale riforma costituzionale decreta, in caso di approvazione popolare, una radicale violazione dello stesso articolo 11 che ripudia la guerra come veicolo di risoluzione delle controversie tra popoli. La riforma deliberata a maggioranza concede appunto al governo e alla sua maggioranza il potere di dichiarare guerra o di autorizzare le cosiddette “operazioni di pace” nei teatri di guerra situati all’estero. La dichiarazione di guerra viene infatti equiparata agli altri atti amministrativi considerando che il partito risultato primo alle elezioni conquista il premio di maggioranza e che la rinuncia al bicameralismo elimina la funzione di controllo tra le due Camere. Uno squilibrio pericoloso e inaccettabile che non identifica più il governo come emanazione della volontà popolare, ma esclusivamente come espressione della maggioranza che ha vinto le elezioni. Un’eventualità remota che tuttavia la nuova riforma permette in palese lesione dei principi della democrazia parlamentare su cui è basata la Repubblica che a giugno ha compiuto 70 anni.