ALBERTO TAROZZI
DI ALBERTO TAROZZI
PrImi assaggi delle scelte di Trump, in vista della Casa Bianca.
Si è cominciato con la nomina dei collaboratori, un mix di incognite e di impresentabili, a dimostrare che chi comanda è lui e che, se lo volessero impicciare, si cadrebbe dalla padella alla brace.
Si procede coi punti del programma. I toni si abbassano a vedere di suscitare qualche respiro di sollievo da parte di chi pensava a una tragedia e si trova di fronte solamente un dramma. Il consenso a Trump si alza di qualche punto.
Quali gli elementi del programma che destano maggiori interessi? Sostanzialmente quattro, due assenze e due conferme, per il momento almeno.
Le assenze: manca la cancellazione dell’Obamacare e non ci sono indicazioni sul megamuro col Messico, tanto da far supporre che le differenze con i governi dei democratici esistono sì, ma meno abissali di quanto enfatizzato nella campagna elettorale.
La riforma di Obama era passata anche perché aveva fatto i conti con gli interessi delle potenti compagnie assicurative. Perché mai Trump dovrebbe dare la sensazioni di voler cambiare tutto, andando a turbare un consenso che non viene solo dal basso?
Il muro col Messico era espressione di proclami razzisti, ma al tirare delle somme quel muro aveva già cominciato a a metterlo sù piedi un certo Bill Clinton; adesso che la guerra per la Casa Bianza è finita si può anche riconoscere che ci sia qualcosa, nella produzione della ditta Bill & Hillary non del tutto dissonante dalle musiche che piacciono a Donald.
Passiamo alle conferme, vale a dire ai punti più volte preannunciati e dei quali si cominciano a percepire le modalità di effettuazione.
Guerra ai migranti: fin qui è guerra fredda: solo un anticipo o magari la guerra civile sotto casa non entusiasma nemmeno Donald? In concreto si promette di perseguire gli abusi nel rilascio dei visti (più nel segno di Grillo che in quello di Salvini, se lo traduciamo in italiano), ma se sia solo un inizio è presto per giudicare.
A conti fatti il passaggio fin qui più significativo del programma dei 100 giorni riguarda il commercio internazionale: si promette il ritiro dal Tpp (Partenariato Transpacifico), il cugino di quel Ttp contro cui si sono scagliati i movimenti di contestazione europei. Sensibilità alle contestazioni di chi si oppone alle egemonia delle multinazionali?
Non esattamente. Piuttosto timore che col Trattato le grandi industrie statunitensi avrebbero le mani legate più del dovuto e potrebbero perdere qualche partita di fronte all’alleanza di colossi di oltre Oceano; solo coi trattati bilaterali gli Usa potrebbero prendere stabilmente il sopravvento. No alla globalizzazione, non nel nome dei più deboli, ma nel nome del più forte tra i forti.
Foto di famiglia addio: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Singapore ciascuno se ne dovrebbe tornare a casa sua, un po’ meno amici di prima.
Un terzo del commercio mondiale non riesce a fare sistema.
Resta un problema di un certo rilievo che si chiama Cina.
Nell’idea di Obama il Tpp avrebbe dovuto costituire una sorta di Santa Alleanza, per ridurre l’espansionismo economico di Pechino.
Non è che Trump sia tenero coi Cinesi, a differenza che coi Russi Il futuro Presidente non è sordo ai timori della sua base elettorale che la produzione cinese possa fare a pezzi una parte non piccola della industria manifatturiera statunitense.
Obama aveva pensato al Tpp per rafforzare la diga contro le esportazioni made in China. Trump lascia intendere che le sue idee sono altre, ma non meno bellicose, pur senza specificare.
Allacciare le cinture, quando entra in circolazione il sostantivo guerra, anche se accompagnato dall’aggettivo ”commerciale”, si sa dove si comincia, ma non si sa dove si va a finire.