DI MARINA VIOLA

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Oggi nevica molto forte, qui a Becket. Durante il silenzio della notte l’autunno si è dipinto tutto di bianco: i rami degli alberi sono tutti bianchi, il tavolo da picnic è tutto bianco, come lo sono le quattro sedie che teniamo nel giardino, d’estate, per sederci a chiacchierare la sera, di fronte a un bel fuoco. Il primo pupazzo di neve della stagione è stato fatto da Emma alle sette emmezza di questa mattina, con due mirtilli per gli occhi, un fagiolino per il sorriso e due rami per le braccia.
Ci siamo preparati abbastanza di fretta. Dovevamo andare a Amherst, a circa 45 minuti da qui, dove abita la sorella di Dan con la sua famiglia. Ogni anno Claudia organizza un pomeriggio di festeggiamenti dei tre compleanni di fila di Sofia, Sadie e Luca. Fa sempre preparare una torta con su scritto HAPPY BIRTHDAY SOFIA, SADIE & LUCA, e apparecchia la tavola con la delicatezza che conosce solo lei. Poi ci sono sempre i regalini, che Sofia e Sadie aprono frettolose e sorridenti, mentre Luca ne apre soltanto un angolo, giusto per capire cos’è, e poi se ne torna indisturbato in sala, sulla sedia a dondolo, ad ascoltare la sua musica. Questa volta siamo andati con due macchine, perché Dan e le ragazze andavano a Cambridge per gli ultimi due giorni di lavoro e di scuola prima delle ferie per il giorno del Ringraziamento, mentre io e Luca tornavamo a Becket, che le previsioni indicavano innevata più che mai. Ci mettiamo in macchina, musica a manetta, e giriamo a destra, verso Bay Road.
Passiamo la strada che era dei miei suoceri, morti qualche anno fa. Loro ci sarebbero stati, alla festa dei tre compleanni, forse con una torta fatta da lei, o con una bottiglia di vino scelta apposta da lui, e con una scatola piena di doni impacchettati alla perfezione. Lui aveva sempre delle ossessioni un po’ strane, e una di quelle era lo scotch, che usava in modo parsimonioso ma preciso, per esempio sulle buste che mandava a ogni compleanno, con dentro un bigliettino e un assegno fin troppo generoso. Anche sui pacchetti per i regali si vedeva il suo zampino di persona estremamente precisa e scientifica, quale era.
Prima di arrivare alla Route 9 prendiamo quella strada di cui non ricordo il nome, che passa per infiniti campi, fattorie con le mucche, pochissime case, tutte del ‘700 e rigorosamente di legno. Ogni volta che giro a destra da Bay Road e imbocco questa strada, mi ritrovo dentro a quella mattina di ventun anni fa, quando avevo appena scoperto di essere incinta di Luca. In quel periodo io e Dan abitavamo vicino a Amherst, in un paesino che si chiama South Deerfiled, dove avevamo affittato un appartamento bellissimo, ma senza riscaldamento. Quella freddissima mattina di febbraio avevo fatto l’ennesimo test di gravidanza, ma questa volta mi aveva regalato una crocetta, segno che mesi dopo la mia vita sarebbe cambiata per sempre. Avevo messo il test ancora impregnato di pipì in un sacchettino di plastica ed ero andata a farlo vedere a Claudia, manco fosse un trofeo. Ricordo di aver preso quella strada e che, guidando con una mano sul mio ventre ancora piatto, ridevo e piangevo da sola, presa da un’euforia nuova e innocente. Il ricordo è talmente forte che ho addirittura in mente quello che indossavo: un vestito marrone a coste, e sotto un girocollo rosso.
Alla fine di questa lunga strada, io e Luca arriviamo finalmente alla Route 9. Giriamo a sinistra al secondo semaforo e poco dopo passiamo la casa in cui io e Dan ci siamo conosciuti, a una festa balorda in una notte innevata come questa. Da allora ogni volta che la passiamo insieme, io e Dan ci prendiamo la mano e lui me la bacia. A me viene sempre lo stesso nodo di emozioni in gola, che scaccio perché ormai è anche tempo di scacciarlo.
Poco dopo, sulla sinistra, passiamo il centro che Luca frequentava all’inizio di questo lunghissimo e difficile cammino intrapreso senza nessuna voglia di farlo, che è l’essere genitori di un tipo strano come Luca. Lo frequentavamo da quando ancora pensavamo che avesse solo il tono muscolare un po’ basso.  Luca aveva quattro mesi. Il periodo in cui frequentavamo quel centro rappresenta la parte della mia vita in cui mi sono sentita più sola in assoluto: mia mamma e le mie sorelle dall’altra parte dell’oceano, Dan a lavorare, Claudia e Matt con poco tempo per me, i miei suoceri anche. E io che me ne stavo a casa, a ingerire una diagnosi più spaventosa dell’altra, che mi veniva sputata addosso al telefono o nelle cliniche di specialisti. “È grave, è grave, è gravissimo”, dicevano medici e terapisti, tristi e rassegnati. Poi io tornavo a casa con Luca e ero sempre sola con baby Luca e con il mio dolore, incommensurabile e goffo.
Passando il centro mi viene in mente anche  l’abbraccio con Dan in quel parcheggio anonimo, quella volta che ci dissero che si trattava di una cosa ben più grave di un semplice tono muscolare e che avremmo dovuto andare a parlare con un neurologo. Quell’abbraccio fu l’inizio di tutto il nostro dolore. Ricordo che Luca era nel seggiolino della mia macchina, ignaro del nostro dolore, e che dopo il nostro lungo abbraccio, Dan entrò nella sua macchina per tornare a lavorare e io pensai: “Adesso spero solo che un camion centri la mia macchina, con dentro me e Luca e che faccia fermare per sempre questo scempio che è il mio cuore”.
Poi, senza sorprese, la Route 9 diventa Northampton, il paese che mi accolse la prima volta che misi piede in questa strana terra che è l’America. Ascoltando la stessa canzone di Bennato ormai da venti minuti (colpa di Luca, che nel frattempo ha imparato a maneggiare il complicato modo di ascoltare musica nella mia nuova macchina), passiamo anche il negozio dove il mio amico Tom  era di guardia dopo la chiusura. Era quando ci incontravamo, io e lui, e ci sedevamo sul parquet del negozio, un po’ buio e un po’ sinistro, a far finta di parlare italiano e a ridere come dei matti. Siccome nenache lui aveva una lira, pagava le lezioni che gli davo a sei panini all’ora, che per me andava benissimo. Diventammo molto amici, e qualche anno dopo venne anche a Milano a trovarmi. Poi chissà che fine hanno fatto, lui e il suo papà, con cui passai il primo capodanno americano della mia vita. Furono i primi dei tanti americani socialisti che conobbi.
Nel bel mezzo di tutti questi ricordi Route 9 diventa un’altra strada che faccio da anni ma di cui non ricordo il nome. La neve scende poco all’inizio e poi moltissimo fino a quando arriviamo a casa, che troviamo vestita da una coltre bianchissima, e mi tocca mandar via tutti i ricordi per portare Luca e tutta la spesa in casa, impresa degna di Messner, modestamente.
E adesso che Luca finalmente dorme,  eccomi qui, ancora una volta sola e isolata con il mio bambino di vent’anni, uguale ad allora eppure diversa. Chissà, forse più forte. Più tranquilla, sicuramente.
Mi verso un bicchiere di whiskey e comincio a scrivere.

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