DI MICHELE ANSELMI

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LA SIAE ANNUNCIA NUOVE REGOLE PER “LA MUSICA D’AMBIENTE”
GIUSTO, MA COME DIFENDERSI DALLA MUSICA “MOLESTA”?
La Siae annuncia “nuovi accordi per la musica d’ambiente” nei pubblici servizi stipulati con Fipe, Federazione italiana pubblici esercizi, e altre associazioni di categoria: Fiepet, Confartigianato, Cna. Le tariffe, in vigore dal 1° gennaio 2017, saranno determinate in base esclusivamente alla superficie del locale e alla tipologia di apparecchio audio e video usato, con la possibilità di attivare e rinnovare l’abbonamento online. Certo il comparto era da regolare secondo nuovi e più ragionevoli parametri. Ma è anche vero, fatto salvo il legittimo diritto d’autore purtroppo volentieri evaso, che esiste un problema diverso. Da anni siamo tormentati, dovunque e comunque, da una musica che non esito a definire molesta. Scrissi questo articolo nel 2001, l’ho ritrovato per caso e mi pare, al di là degli artisti citati e del riferimento d’obbligo a Sandro Cappelletto del quotidiano “La Stampa”, più che mai attuale. O mi sbaglio?
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di Michele Anselmi (scritto nel 2001)
E se dichiarassimo guerra alla “musica molesta?”. Non importa che sia buona o cattiva, colta o popolare, orecchiabile o indigesta. Sempre molesta risulta. È la cosiddetta musica-tormentone che scandisce, in ogni momento della giornata, la nostra vita di cittadini metropolitani: non lascia possibilità di fuga, inchioda la vittima, ottunde i sensi. E se provi a protestare, ti guardano come se fossi un marziano. Non si sfugge. Il grido d’allarme lanciato da Sandro Cappelletto sulla prima pagina della “Stampa”, benché travolto da eventi ben più tragici e rumorosi, avrebbe meritato una qualche attenzione in più tra gli addetti ai lavori. Invece è rimasto lì, come un “j’accuse” aristocratico, uno sfizio polemico. Sotto il titolo “Salvate le mie orecchie”, il critico coglieva invece un aspetto brutale e incivile di un’Italia che si direbbe ossessionata, meglio, impaurita dal silenzio. Affetta da una sorta di musicale horror vacui, al pari del suo cinema: così carico di musica pleonastica, invadente, talvolta bella e ispirata, ma ripetuta fino a distrarre lo spettatore, a riempire ogni interstizio del dialogo, ad annullarne ogni sano funzionamento semantico (e vale anche per i migliori compositori oggi in campo: da Ludovico Einaudi a Nicola Piovani, da Luis Bacalov al sempreverde Ennio Morricone). Con buona pace del vecchio Sidney Lumet, che all’epoca del memorabile “La collina del disonore” (1965) costruì attorno a un Sean Connery già emancipatosi da 007 una tragica metafora antimilitarista resa ancora più dura dall’assenza assoluta di colonna sonora.
“Le nostre orecchie sono considerate ormai carne di porco. Triturate, farcite, speziate, fatte a fette. Non c’è luogo immune dall’ascolto involontario e passivo di musica”, annotava Cappelletto. E, puntando il dito sulle interessate connessioni tra radio e case discografiche, spiegava come la musica non aiuti affatto “a colmare il terrore del vuoto, del silenzio che angoscia: invece lo esaspera, se fra te e me alzo una barriera di decibel. Perché l’orecchio è mio, e me lo accendo, e spengo, io”. La modesta proposta, neanche tanto paradossale? “Nei luoghi pubblici creiamo, come i fumatori, delle zone riservate: music-no music”.
In effetti, c’è poco da scherzare. Bar, ristoranti, pub, pizzerie, sale d’aspetto, traghetti veloci, treni Eurostar, segreterie telefoniche, aerei in attesa di decollo, palestre, studi dentistici, saloni di bellezza, taxi, ascensori, negozi di abbigliamento, supermercati: tutto è gravato da una marmellata indistinta e invasiva di suoni. Spopolano Ricky Martin, Laura Pausini, Articolo 31 e Manu Chao, con l’ovvia predilezione per i ritmi sudamericani perché sono tanto festosi e gli italiani sculettano volentieri, specie d’estate. Difficile leggere, non si riesce a conversare, per non privarsi del piacere di scambiare due parole si è costretti ad alzare il tono della voce. Sicché – sarà successo a molti tra gli over 40, categoria alla quale appartengo – se chiedi al gestore di abbassare il volume della musica vomitata da quelle casse strategicamente piazzate in ogni angolo, si finisce col passare per un rompiscatole afflitto da odiose sindromi senili. Neanche a farlo apposta, qualche giorno fa in un ristorante della capitale ho dovuto quasi sgolarmi per pagare il conto. Il giovanotto barricato dietro il bancone, ormai pronto per l’Amplifon, non riusciva proprio a percepire la mia voce, gli avventori, sopraffatti dagli acuti di Giorgia, continuavano a urlare senza accorgersene, nel tentativo di districare pensieri spiccioli di fronte a una buona bottiglia di vino rosso.
Si capisce che il problema non è di ordine musicologico: con Mozart, Vivaldi o Debussy la pratica sarebbe egualmente nociva, o appena più sopportabile; e comunque il dilemma tra musica caciarona e musica soft non si pone proprio in Italia (semmai se lo posero però negli anni Settanta gli americani quando promossero Burt Bacharach al ruolo di compositore ideale per ascensori & affini). No, il problema è di ordine civile, attiene, se la parola non suonasse esagerata, a un discorso di agibilità democratica. Come restituire al cittadino il diritto, perché tale è, di ascoltare la musica per quella che dovrebbe essere, ossia un piacere volontario e attivo? So bene quanto sia scivoloso il terreno: già sento il fremere delle pernacchie, già vedo gli sguardi di inacidita compassione. Nondimeno, sarebbe giusto resistere al pessimo costume italico: non volendo trasformarmi in uno stilita o in un monaco, mi piacerebbe essere tutelato, difeso dal decibel assassino sparato, sotto forma di musica, alta o di consumo che sia non importa, nelle mie orecchie. Chiedo troppo?
Il fenomeno è diventato così sconsideratamente “naturale” che finanche Milan Kundera, nel suo recente romanzo “L’ignoranza”, gli dedica qualche paginetta. Riagganciandosi a una invettiva contro la radiofonia pronunciata da Schoenberg negli anni Trenta (“La radio è un nemico, un nemico implacabile: essa ci ingozza di musica, senza chiedersi se abbiamo voglia di ascoltarla, se abbiamo la possibilità di percepirla”), lo scrittore boemo perviene sull’argomento ad un’amara conclusione. Eccola: “Musica riscritta, ristrumentata, scorciata, dilaniata, frammenti di rock, di jazz, di opera, flusso in cui tutto si mescola, al punto che non sappiamo chi sia il compositore (la musica diventata rumore è anonima), che non distinguiamo l’inizio dalla fine (la musica diventata rumore non ha forma): l’acqua sporca della musica dove la musica muore”.
Stando così le cose, s’impone una qualche forma di reazione: perché la musica indistinta, quindi subìta per assuefazione o pigrizia, non cancelli il piacere della musica necessaria, perché la parola, certo usurata e spesso svuotata di senso, non sprofondi definitivamente in un calderone indistinto di suoni, di ritmi, di note. Recita un verso del poeta Giorgio Caproni: “Tonica, terza, quinta, settima diminuita / Rimane così irrisolto l’accordo della mia vita?”. Vero, la sua è musica da leggere. Ma comunque l’una (la poesia) non esclude l’altra (la musica), a patto che la parola riacquisti un senso.

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