DI GIULIO CAVALLI

GIULIO CAVALLI

Gianfranco Pasquino è politologo e accademico italiano. Allievo di Norberto Bobbio è stato Senatore della Repubblica ed editorialista per molti testate giornalistiche.
Professore Pasquino, perché dice no alla riforma costituzionale Boschi-Renzi?
Il primo punto critico è quello che riguarda la composizione del Senato e le funzioni rimanenti alle Regioni: si tolgono alle Regioni le possibilità di intervenire su una serie di materie e si dice che gli si darà rappresentanza mentre in realtà la si sta dando ai partiti poiché saranno principalmente loro a mandare in Senato i sindaci e i loro consiglieri con riferimento ai voti ottenuti. Diremmo oggi che questa è una riforma partitocratica o quantomeno la chiameremmo lottizzazione. E tutto questo molto semplicemente non funziona e in più dà origine a tutta una serie di conflitti dei quali la Corte Costituzionale si è già lamentata in passato e che non diminuiranno nel futuro. Poi c’è il fatto che ciò che sta nella riforma è tutto criticabile ma è criticabile anche tutto quello che non c’è in questa riforma.
Cioè?
Ad esempio si parla di governabilità ma non si tocca in maniera costituzionale il governo, la sua formazione e la sua stabilità. Si affida tutto questo a una legge elettorale controversa (sulla quale è già stato accolto un ricorso alla Corte Costituzionale) e della quale si era detto che era ottima e poi ci si è dati subito per disponibili a cambiarla (secondo me a peggiorarla). Una legge elettorale che ha il suo punto di forza nel dare a chi vince le elezioni una maggioranza cospicua alla Camera dei Deputati (che ricordo sarà l’unica che dà la fiducia) e questo non va bene perché ci si affida alle aleatorietà mentre si poteva propendere per il voto di sfiducia costruttiva (che è quello che ha dato molta stabilità ai governi tedeschi).
In questi ultimi giorni il premier ha dato giudizi abbastanza sferzanti al fronte del No…
Pesanti, direi pesanti.
La sua opinione sul clima di questa campagna referendaria?
È naturalmente una campagna aspra nei toni perché il Presidente del Consiglio è partito con quello che io ho chiamato un “ricatto plebiscitario”: o votate le mie riforme o me ne vado. Poi ha abbassato un po’ i toni anche per l’intervento di Napolitano, che si è tardivamente accorto che il Presidente del Consiglio stava sbagliando, e ora ha rialzato i toni dopo avere visto i sondaggi e ha deciso di ricentrare tutta la campagna su di sé. Se dobbiamo discutere nel merito entriamo paure nel merito ma sia chiaro che questo si chiama plebiscito.
Dice Renzi che chi vota no è a favore della casta.
Questa è una stupidaggine solenne. A me della casta non importa proprio nulla, io voto no per proteggere da una lato la Costituzione e dall’altro per evitare che seguano una serie di inconvenienti che non migliorano affatto il funzionamento del sistema politico ma lo peggiorano in maniera significativa.
Renzi dice anche che il fronte del no mette insieme un’accozzaglia. Parla di brutte compagnie…
Guardi, dopo avere apprezzato l’eleganza del linguaggio del Presidente del Consiglio (che tra l’altro non è inusitata avendo lui sempre avuto gli stessi toni di questa stessa espressione), le dirò che io non guardo alla compagnia ma guardo esattamente al merito: questa riforma ha qualche possibilità di produrre un miglioramento di funzionamento del sistema politico? No. E allora se ci sono altre persone che condividono questo io non sto a guardare da dove vengono ma guardo all’obbiettivo. Sono anche loro contrari a questa riforma? Benissimo. I referendum inevitabilmente ci mettono in compagnia con altri con cui non staremmo insieme su altre cose. Io non sono in compagnia di nessuno per la formazione del prossimo governo a meno che non ci sia una proposta programmatica (e anche di capacità professionali e personali) che mi convinca.
Dicono che questa riforma si fa ora o mai più.
Io accetto questa osservazione e dico che chi cambia questa volta, male, rischia di essere responsabile con riforme malfatte di essere causa di tutti gli inconvenienti per i prossimi trent’anni. Meglio bloccarle subito piuttosto che fare passare trent’anni tentando poi di riformarle. Abbiamo già fatto brutte riforme che poi ci sono costate anni per essere cambiate.
Un’altra parola che si sente spesso nel dibattito è “governabilità”. Questo sembra una Paese ingovernabile, dicono.
Faccio un po’ di osservazioni sparse intorno all’argomento. Prima di tutto è curioso che tutto questo lo dica un capo di governo che è in carica da 1000 giorni, che è un periodo lunghissimo non solo per l’Italia. Secondo: il capo del governo non sa esattamente cosa vuole perché non conosce il funzionamento del Parlamento, è un neofita e quindi non sa che il suo Parlamento produce tante leggi, perfino di più di quelle che vorremmo vedere e qualche volta non di buona qualità. Dovrebbe guardare i numeri: È il Parlamento l’inciampo della possibilità di fare leggi da parte del governo? La risposta è no: ogni 100 leggi 85 sono di origine governativa. Terzo: certamente un po’ bisogna garantire stabilità all’esecutivo ma il resto appartiene a chi ha le capacità di governare e quindi le cause delle crisi di governabilità sono dovute da una lato dal meccanismo incerto e dall’altro dalle qualità nel governare; se ne hanno poco non garantiscono stabilità ovviamente. Se per Renzi la governabilità è il potere di fare quello che vuole francamente mi pare un po’ esagerato e centra poco con le democrazie liberal-costituzionali.
Scenari apocalittici nel caso in cui vinca il no se ne sentono un po’ dappertutto.
La preoccupazione degli operatori economici e dei governanti di altri Paesi è legittima: se vince il no gli operatori economici hanno difficoltà nel prevedere cosa succederebbe e potrebbero avere qualche difficoltà nell’immaginare cosa fare dei loro soldi investiti in Italia (in realtà pochi, visto che l’Italia è da sempre un Paese inaffidabile); i governanti degli altri Paesi vorrebbero ovviamente sapere chi sarà il prossimo capo di governo, con chi andranno a trattare e chi si occuperà di ridurre il deficit. Ma queste preoccupazioni dovrebbero essere smussate dallo stesso capo del governo che dovrebbe dire “non produrrò nessuna crisi di proporzioni gravi”, “faciliterò e sarò responsabile nella transizione a un altro governo” e “lo sosterrò” visto che è capo anche del partito che ha una maggioranza cospicua. È sua responsabilità garantire la stabilità di questo Paese e magari una volta tanto potrebbe smettere di fare campagna elettorale e cominciare a occuparsi del Paese da statista.
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