DI CHIARA GELONI
CHIARA GELONI
Ma è proprio vero che la vittoria del No porterebbe instabilità? In realtà il semplice ragionamento politico porterebbe piuttosto a pensare l’esatto contrario. Se vince il Sì, infatti, quanto ancora può durare la legislatura? Quale diventerebbe immediatamente l’oggetto del discorso pubblico sui giornali, ma anche nelle cancellerie che guardano all’Italia se non lo scenario elettorale? Quanto potrebbe resistere Matteo Renzi d’altro canto alla tentazione di capitalizzare la vittoria? Quanto potrebbe sopravvivere un senato “dead man walking”, già abolito nella sua conformazione attuale ma ancora lì a votare fiducie? Non è affatto detto che dopo una vittoria del Sì la Corte costituzionale blocchi l’Italicum: non sta scritto da nessuna parte che una legge sbagliata sia anche incostituzionale. Qualche correzione minima richiederebbe poco tempo e tutto sarebbe pronto per le elezioni tra pochi mesi. Ed ecco in agguato la sorpresa: perché non è affatto scontato che a una vittoria del Sì, magari riacciuffata d’un soffio ribaltando i sondaggi all’ultimo minuto, debba per forza seguire una vittoria del Pd alle elezioni politiche. E con il nuovo sistema, tutto incentrato sul principio che “il vincitore prende tutto”, la “maggioranza silenziosa”, in sintonia con quella americana, potrebbe finire col dare tutto il potere proprio alle forze antisistema. Altro che stabilità, la vittoria del Sì nelle condizioni date può portare a una rapida e netta vittoria del movimento Cinque stelle. Scenario legittimo, ma pieno di incognite.
E se vince il No? Una cosa è certa: nessuno della maggioranza attuale di governo chiederà a Renzi di dimettersi. E anche nel caso che lui decida di farlo, la maggioranza esisterà ancora. Potrebbe forse il partito di maggioranza relativa permettersi di dire no a una soluzione autorevole indicata dal presidente Mattarella? Con quale motivazione, non davanti a lui, ma davanti al paese, il Pd potrebbe rifiutarsi di governare? Non solo non è ipotizzabile che Renzi chieda al suo partito di fare questo, ma se pure lo facesse non sarebbe ipotizzabile che il Pd, dopo una sconfitta che sarebbe difficile non imputare a lui e alla sua gestione personalistica del governo e del partito, seguisse una tale insensata indicazione. Anche perché a quel punto ci sarebbe il dovere di fare una legge elettorale per il senato, e anche il giudizio della Corte sul’Italicum sarebbe probabilmente molto più severo (permanendo la seconda camera che dà la fiducia sarebbe molto più difficile giustificare in nome della governabilità meccanismi di distorsione del risultato come il premio di maggioranza o il ballottaggio). Questo, insieme alle emergenze economiche e della ricostruzione post terremoto, potrebbe essere il compito di un governo “del presidente” che difficilmente non arriverebbe alla scadenza del 2018. Sempre, ripeto, che Renzi non sia in condizione o non voglia assumersi lui questo compito. Quello che è certo è che questo paese avrà bisogno, dopo il 4 dicembre, di una decantazione. Dopo essersi così aspramente diviso sulla costituzione, dopo questi anni di turboriformismo dai risultati non sempre proficui, dopo le tensioni con l’Europa un po’ di stabilità per l’Italia ci vuole proprio. E se fosse proprio la vittoria del No, paradossalmente, il modo per garantirla?
(Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).
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