DI GIACOMO MEINGATI

 GIACOMO MEINGATI
“Made in Italy” è un album difficile, a me è arrivato al terzo ascolto.
Ligabue sembra, col solito basso profilo, recuperare il render difficile l’arte dell’ermetismo, sembra insomma, per dirla con Ungaretti, sussurrare un segreto.
L’album non arriva se non si parte dal presupposto, per nulla scontato a un primo ascolto, che si è davanti a un concept che racconta, per dirla al modo di Liga, la storia di uno, che si chiama Riko, sviluppata canzone dopo canzone.
Lo sguardo di Ligabue mette a fuoco la vita di questo signore che, come ha dichiarato, avrebbe potuto esser lui se non avesse trovato uno disposto a pagare il suo primo disco, e attraverso la storia e la narrazione delle vicende di Riko, che si apprezzano pienamente se si leggono le brevi introduzioni alle canzoni scritte nel libretto dell’album e rivolte a un caro amico, forse immaginario o forse no, di nome Carnevale, Liga non dice sostanzialmente niente e, in questo suo non dire niente, rivela il suo segreto un po’ su tutto.
Su di lui, sull’Italia, sul mondo, sulle banche, sul sesso, sul denaro, sul potere, e forse anche su qualcosa di più.
Il tutto retto su un’impalcatura sonora in cui si vede che Liga cerca di sperimentare cose nuove, ma, e questa è l’unica pecca del disco, per ora ancora non riesce a muoversi.
Non basta variare generi, dal funk al folk dal reggae al blues dal punk al rock’n’roll, non basta rifarsi a tratti spudoratamente a Springsteen (l’organo in “è venerdì, non rompetemi i coglioni” sembra ispirarsi a waiting on a sunny day e il riff di “i miei quindici minuti” sembra proprio quello di “land of hope and dreams”), non basta dire più parolacce del solito:
Liga non riesce, anche se ci prova per tutto il disco, a uscire dallo schema di Liga che si è costruito e che gli sta stretto da un pezzo, sia dal punto di vista vocale, che musicale che arrangiativo.
Da questo punto di vista questo non è un grande album, però c’è il Segreto.
Il segreto arriva alla fine, quando oramai il 90% della gente ha tolto il disco, ed è in minima parte intuibile solo se si legge il libretto in cui c’è l’introduzione scritta all’ultima canzone: “un’altra realtà” che dice:
“Chiudo con questa pillola (e te la becchi tutta eh eh!):
Bisogna darsi da fare per saper guardare e riuscire a vedere Un’Altra Realtà (maiuscole di Liga)”
Mentre un coro di bambini conclude il disco cantando: “ci sarà, ci sarà quello che ci sarà, si vedrà, si vedrà certo che si vedrà”.
Ed ecco che da una goccia in controluce tutto l’album si schiude come un fiore: forse è proprio questo che Liga vuole dire a chi avrà la pazienza di ascoltare almeno tre volte il disco e leggere le introduzioni sul libretto:
Il sesso, il sangue, le manganellate, le risse, i soldi, le banche, la politica, l’Italia, le relazioni, l’amore, la strada, un treno, la vita, insomma in una parola sto cazzo di mondo qua,
prende senso se uno si fa il mazzo, per guardarlo da un’altra realtà.