DI VIRGINIA MURRU
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La giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, indetta dall’Assemblea delle Nazioni  Unite, non è una data scelta a caso, è una ricorrenza simbolica, che rimanda all’assassinio di tre donne attiviste rivoluzionarie nella Repubblica Dominicana, le sorelle Mirabel, che hanno lottato contro il regime violento e dispotico del dittatore  Leonidas Trujillo.  Le tre sorelle erano note per la loro ferma opposizione alla violenza, facevano parte di un movimento  politico clandestino, ma fu scoperto dagli agenti segreti del regime.
Nel 1960, dopo essere state scaraventate  per alcuni mesi in un istituto di pena, tristemente noto per il rigore  con cui si trattavano i dissidenti politici, e nel quale si poteva essere sommariamente giustiziati,  le tre sorelle furono rimesse in libertà. In carcere c’erano anche i  rispettivi mariti, ritenuti complici della loro attività ‘sovversiva’. Quando un giorno, insieme, si recarono in carcere per fare visita ai  compagni, la loro auto fu all’improvviso bloccata. Le tre donne furono poi condotte nei dintorni, ammazzate ferocemente  e  riportate dentro l’auto, che fu infine fatta rotolare in una scarpata, con l’intento di simulare un incidente. Era il 25 novembre del 1960.
Ma nessuno credette alla  sceneggiata, il popolo s’indignò apertamente, il movimento clandestino lottò  con maggiore convinzione e risolutezza, fino a scuotere ogni cittadino  e indurlo a rivoltarsi.  Nel 1961 il dittatore Trujillo fu assassinato.  Quando il Movimento Femminista organizzò il primo incontro internazionale in Colombia, nel 1980,  furono le rappresentanti della Repubblica Dominicana a proporre di commemorare  il brutale assassinio delle sorelle Mirabel, scegliendo proprio la data del 25 novembre.  Nel 1999 l’Assemblea dell’ONU, prese atto di questa celebrazione, che ormai si stava diffondendo un po’ ovunque nel mondo, e portò avanti  la risoluzione  che rendeva ufficiale la data del 25 novembre quale Giornata  Internazionale  per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Nonostante gli sforzi sul fronte politico e sociale, volti a sensibilizzare la gente sul problema della violenza di genere, col passare del tempo, progressi attraverso una presa di coscienza che portasse almeno  limitare il fenomeno, non ce ne sono stati, anzi. Secondo i rapporti diffusi dall’Onu, le donne che subiscono insidie di carattere fisico, psicologico o sessuale, almeno una volta nella vita,  da parte  dei loro partner o altri uomini al di fuori della sfera affettiva, rappresentano il 70%. Sul totale degli omicidi che accadono in ambito familiare, un terzo  delle vittime sono maschi, il resto sono donne.
La violenza subdola degli ambienti di lavoro, o altri contesti sociali condivisi dalle donne, rende ancora lontana la legittima aspirazione alla parità di genere. Neppure il trattamento economico esprime garanzie in tale senso, le discriminazioni  erigono ancora muri in questa direzione. Ci sono paesi in Europa che adottano una legislazione molto più lungimirante e rivolta al progresso, come quelli scandinavi, ma le lacune e la mancanza di adempimenti adeguati, sono presenti un po’ ovunque nel mondo. Questo mondo che non è ancora a misura ‘di donna’, perché la differenza di genere porta il cosiddetto sesso forte  a prevaricare, lasciando spazi ridotti nei confronti delle ‘compagne di viaggio’.
In Italia, che dovrebbe essere tra le maggiori potenze industriale del mondo, gli interventi di tutela sono tutt’altro che adeguati alle emergenze, nonostante gli sforzi e i miglioramenti evidenti negli ultimi anni, grazie anche alla sensibilizzazione delle  parlamentari che hanno messo in evidenza tali problematiche nelle sedi opportune. E comunque non è abbastanza, se lo scorso anno l’ONU ha ‘ammonito’ il nostro paese per l’inerzia dimostrata verso la violenza di genere, e l’insufficienza delle iniziative rivolte alla prevenzione. La prima trincea di resistenza alla violenza è appunto la prevenzione, il monitoraggio delle denunce e degli eventi sul territorio, le strutture e i servizi idonei al supporto delle emergenze.
Attraverso la legge N. 107, del luglio 2015, è stata prevista l’”educazione alla parità tra i sessi nelle scuole di ogni ordine e grado.”  E’  questo il senso dell’intervento sollecitato dall’ONU nel nostro paese: investire nella prevenzione e sensibilizzazione. Educare i ragazzi fin dall’età scolare a respingere  la violenza di genere, in qualunque forma essa si manifesti.
Sembra che la donna nasca con il rischio di un’’affezione’ non congenita, esposta ad un’insidia che può aggredirla nel corso della sua esistenza, contro la quale finora non esistono ‘vaccini’ efficaci, eppure la ‘violenza di genere’ è una calamità che riguarda le donne, non l’altra metà che condivide lo spazio nel pianeta, ovvero gli uomini. E’ mai possibile che il progresso ci abbia scaraventato così lontano, quasi da intimorirci di fronte alle scoperte più inaudite, e non riusciamo a trovare spazio per un equilibrio di convivenza civile, dove il rispetto e la pace siano molto più importanti delle prestazioni  dell’ultimo modello di smartphone?
Non sappiamo riconoscere le priorità, i valori portanti della nostra società, e abbiamo una gerarchia di bisogni aleatori, rivolti solo al più bieco edonismo? Può essere, ma così non può andare, sarebbe giusto aprire gli occhi davanti alle scarpate, creare strade più agevoli alle relazioni umane, senza pensare alla velocità di percorrenza. Con queste parole, l’ONU, definisce la violenza contro la donna:
“Qualsiasi atto di violenza fondata sul genere che comporti, o abbia probabilità di comportare, sofferenze o danni fisici, sessuali o mentali per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella sfera pubblica che in quella privata”.
Sempre le Nazioni Unite, hanno promosso l’iniziativa ‘Orange the world’ (Coloriamo il mondo di arancione), un mezzo simbolico per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulla violenza contro le donne, che anche quest’anno è stata celebrata ad ottobre. Ban Ki –moon, attuale Segretario Generale delle Nazioni Unite, sostiene: “Ognuno ha la responsabilità di prevenire e porre fine alla violenza contro le donne e le ragazze, iniziando a cambiare la cultura della discriminazione”.
Solo quando si sarà preso atto dell’esigenza e importanza di agire direttamente, ogni giorno, in qualunque circostanza ci sia una donna esposta a pericoli di violenza, portando il proprio contributo concreto, solo allora potremo considerarci tutti in una comune trincea per arginare questo male.
Ogni due/tre giorni, in Italia, una donna viene uccisa, negli ultimi dieci anni sono state 1760, quasi sempre tra le pareti della propria casa, laddove ogni essere umano dovrebbe sentirsi sicuro e protetto.
Secondo una dichiarazione dell’United Nation Entity for Gender Equality, la violenza sulle donne potrebbe essere eliminata entro il 2030, ma occorre, fin da subito, la fattiva collaborazione di tutti.
Sembrerebbe che tutto sia stato scritto sull’argomento, che non esista più nulla da dire, a meno che non si voglia  rischiare di finire in retorica. Eppure  non si può prescindere, e non per analizzare solo drammatici fatti di cronaca, ma perché il problema emerge, si avverte, e sono colpi alla quiete, dove già i rumori non mancano.
Sarà che la violenza sulle donne è simile al magma che viene senza sosta eruttato da uno dei vulcani più attivi e negativi della nostra società, o che alla soglia del terzo millennio sembra un fenomeno più che mai incontrollabile. Sarà che siamo avvolti, o forse attorti, nella spirale di una realtà che ci attrae in un vortice che sembra senza scampo, sarà..
Sarà, ma non ci si può lasciare travolgere dai fatalismi, non si possono trovare ragioni sociali, religiose, culturali o antropologiche a simili ferite sociali, tutto ciò che si dovrebbe avvertire è intolleranza, insofferenza, desiderio di affrontare emergenze così gravi che non devono assolutamente essere sottovalutate, semplicemente perché sono oggetto di cronaca quasi quotidiano.
Proprio dagli estremi di questa violenza, che si trascina nel suo lungo iter storico tutti i paradossi e le contraddizioni del genere umano, è necessario trarre la forza per circoscrivere il fenomeno. Si potrebbe  farlo rientrare, se non fosse possibile andare oltre, nei limiti dell’imperfezione umana, della sua vulnerabilità verso gli errori più abietti, considerandolo alla stregua di un male endemico che può essere affrontato e reso meno aggressivo.
Se torniamo alle statistiche non è confortante. Negli Stati Uniti ogni quindici secondi una donna viene aggredita, e le cose non vanno meglio nel resto del mondo, perfino nelle evolutissime democrazie scandinave, dove i dati restano allarmanti.  Alcune parlamentari   ne ha più volte  parlato nelle sedi opportune  a Bruxelles.
Non sono dati approssimativi, ma frutto di studi e statistiche dell’Università di Harvard. La caratteristica che rende il fenomeno ancora più inaccettabile è che a perpetrare la violenza alle donne, quasi sempre sono le persone a loro legate da vincoli affettivi, familiari soprattutto. Una vera e propria piaga umanitaria, nonostante l’inasprimento delle leggi in tanti paesi, gli interventi delle organizzazioni internazionali volte alla tutela dei diritti umani, in particolar modo Amnesty International, UDI , le numerose associazioni che offrono accoglienza e tutela alle vittime di questa violenza, definita ‘di genere’. Oltre il 90% delle donne non denuncia la violenza subita, quasi sempre perché riguarda il coniuge, o comunque qualcuno al quale è strettamente legata, a volte perché sotto ricatto,  o minacciata gravemente.
Parliamo di violenza fisica, quella che non di rado finisce in dramma, ma esiste anche quella psicologica, quella che stringe in una morsa di abusi sottili, spesso difficili da dimostrare in sede processuale, ma non per questo meno insidiosa, proprio perché logora la mente della donna, limita la sua sfera d’azione e la sua attività, la squalifica e la porta ai margini, nelle periferie, dove non sempre la verità appare col dovuto rilievo.
Purtroppo la donna, ancora oggi, all’ombra di un progresso che ha raggiunto vertici elevatissimi in ogni campo, subisce di tutto e ancora di più. Una donna muore sotto gli occhi attoniti di coloro sapevano e magari tacevano, una vittima in più, una vita persa, è una tragedia che in definitiva dovrebbe  ritenersi immane, dato che si considera omicidio la dispersione di embrioni umani nei laboratori di ricerca.
E invece no, lo scempio continua.
Nonostante i mari d’inchiostro versati, l’isolamento sul piano morale e sociale di questi comportamenti deviati, la smania di colpire, di riversare il proprio malessere interiore su un soggetto vulnerabile sul piano fisico, non cessa, anzi, è in continuo aumento. Riguarda tutti i ceti sociali, anche quelli più elevati, e non ci sono differenze di carattere culturale o sociale, non esistono ‘pregiudiziali’. Tale constatazione rende la realtà ancora più subdola, frutto di perversioni morali nella pura accezione del termine, per le quali non si trovano altre definizioni più appropriate. La donna, più che mai, è diventata una sorta di discarica a cielo aperto, dove si riversano le scorie di un equilibrio sbagliato, i propri contrari, quasi sempre nella piena consapevolezza dei propri atti.
Solo nel ’96 è stata approvata la legge che riconosce nella violenza sessuale  il reato contro la persona, non contro la morale.. Tanto c’è voluto perché la donna fosse considerata un essere umano da tutelare, ma non stupiamoci più di tanto, la libertà di voto risale solo al 1946 per la donna, prima di allora non gli era riconosciuto il diritto di scelta nemmeno nel versante politico. Ancora oggi la rappresentanza femminile in parlamento, tuttavia, resta minima, non ci siamo proprio.
Se si quantificasse quello che la donna ha subito nella storia, e senza inoltrarsi nel profondo sud dei secoli passati, si concluderebbe che questa ‘Shoah’ al femminile non conosce limiti di tempo e spazio, che attraversa confini territoriali e morali con inquietanti ambivalenze e similitudini, quasi fosse davvero un ciclone che si abbatte con forze implacabili sull’essere che più si dovrebbero proteggere e amare.  La donna: essere al quale è stata affidata la vita.
La discriminazione non è retaggio negativo del passato, è ancora l’arma silente celata nelle retrovie di una società maschilista, e non si può dimenticare che fino al 63’ si viveva in clima di ‘ius corregendi’, licenza di usare violenza contro la donna, qualora, a discutibile giudizio del marito, commettesse errori ritenuti suscettibili di punizioni fisiche.
Non è l’età della pietra, si tratta di pochi decenni fa. Del resto un altro ‘delitto’ considerato esecrabile, era l’adulterio, che condannava la donna alla detenzione, qualora si fossero provati gli estremi ‘del reato’, mentre l’uomo responsabile della medesima leggerezza, non si sfiorava nemmeno, e anche qui non siamo agli albori della storia, ma nel ’68.
Per non parlare dei delitti d’onore, vera vergogna nell’applicazione della legge, che favoriva ancora, fino al 1981, l’uomo che difendeva il suo onore uccidendo la moglie o la figlia (nel caso in cui le stesse vi avessero attentato), con notevoli sconti di pena, mentre quando accadeva l’opposto, la donna veniva giudicata come un’omicida qualunque, anche se dietro quel gesto estremo c’era una lunga storia di violenza.
E dall’ergastolo non la salvava nessuno. A Beatrice Cenci, in tempi d’inquisizione Romana, andò anche peggio. Dopo gli abusi e le violenze continue perpetrate dal padre, che la teneva prigioniera insieme alla madre, decise che l’unico modo per porre fine a quella terribile schiavitù fosse liberarsi di un uomo che era un autentico mostro, e pagò con il rogo quell’arbitrio.  Ma tant’è: la bilancia della giustizia per la donna è sempre stata ‘truccata’.
Per quel che riguarda il delitto d’onore, una grande giornalista giordana, che scrive al ‘Jordan Times’, Rana Husseini (ha scritto diversi libri, tra cui “Murder  in the name of honor”), ha davvero rivoltato le carte di questo stato vergognoso nel suo paese, portando alla luce, attraverso una sistematica pubblicazione di articoli sull’argomento, gli abissi di una cultura che ha da sempre schiavizzato la donna, lasciandola alla mercé di tristi consuetudini ancestrali. Una cultura violenta e prevaricatrice. Rana è stata insignita di tanti riconoscimenti a livello internazionale, per la sua implacabile denuncia verso questi abusi, e il  ruolo di attivista nel campo dei diritti umani.
Il suo coraggio ha indotto anche il re e la regina di Giordania a intervenire direttamente in favore dei diritti delle donne, abrogando leggi che le discriminavano e le esponevano al rischio d’essere barbaramente assassinate per motivi d’onore, anche solo per un pettegolezzo. Un Medio Evo che ha allungato i tentacoli fino ai giorni nostri, e come sappiamo, non solo in Giordania. Resta da considerare che purtroppo nelle culture più chiuse, non raggiungibili da un miglioramento dei diritti umani, questi drammi non hanno fine.
Dopo l’istituzione della Giornata mondiale  mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, giornata certamente non  sprecata, è cambiato qualcosa?
 Purtroppo le parole non bastano a fermare  i drammi. Ci vogliono misure più serrate, interventi più convinti e concreti, un monitoraggio più stretto, controlli e assistenza di primo piano nei confronti delle vittime.
Se si pensa poi alla violenza sessuale che la donna continua a subire, la cornice di questo squallido quadro si espande ancora, diventando uno spazio dai perimetri non definibili, un mostro con un cuore di pietra che ci gira intorno senza pace né tregua.
Se si pensa agli stupri perpetrati da tutti gli eserciti, e parliamo sempre dei giorni nostri, l’orrore assume davvero contorni da inferno. Si sono sempre distinti in particolare gli eserciti americani e i britannici nelle loro missioni di ‘peacekeepers’, ovunque siano stati hanno commesso questi crimini nei confronti delle donne che già vivevano in condizioni di estremo disagio, per ragioni di sottosviluppo del paese di residenza, e per la guerra in atto. Capire che cosa questo argomento rappresenti ancora oggi, per esempio nei paesi africani coinvolti in conflitti sanguinosi, significa davvero sfiorare un baratro di violenza del quale non si conosce il fondo.
Si legge in un articolo sull’argomento di Antonella Randazzo, che riporta una dichiarazione rilasciata dell’organizzazione Medici senza frontiere, operante in Congo, a proposito degli abusi e stupri compiuti sulla donna in quel paese:
Lo stupro è usato come un mezzo per terrorizzare la popolazione, e il numero di casi aumenta con ogni nuovo scoppio di combattimenti e attacchi. Se le giovani sotto i 18 anni sono particolarmente esposte (quasi il 40% dei casi), il gruppo più colpito è quello delle donne tra i 19 e i 45 anni (53,6%). Queste sono le donne che lavorano nei campi per potere mantenere le loro famiglie. Gli atti di aggressione contro di loro hanno luogo principalmente in campi isolati ma anche lungo le strade percorse per arrivarvi. Di conseguenza, le donne limitano i loro spostamenti e nei centri nutrizionali nella missione di Kayna le madri preferiscono alloggiare nelle immediate vicinanze invece di tornare ogni settimana per prendere le razioni per i loro bambini”
La donna è considerata possesso, qualcosa che appartiene all’uomo, e la dimostrazione di questa sudditanza psicologica e morale, emerge ogni volta che un uomo compie atti di abuso e sopraffazione nei suoi confronti, ma soprattutto quando, trovandosi solo, quasi sempre per ragioni di violenza nei riguardi della partner, arriva ad ucciderla senza il minimo scrupolo:  si considera  l’indiscutibile padrone di quella ‘proprietà’.
Sono fatti, non parole. E siamo ancora qui a parlarne, purtroppo.