DI SILVIA GIROTTI

SILVIA GIROTTI

Non è un buon momento per i Cinque Stelle. Dopo gli intrighi romani, celati a fatica dietro i chiavistelli di Palazzo Senatorio, i riflettori della cronaca politica illuminano prima Palermo e poi Bologna. Indagini su presunte irregolarità nella raccolta delle firme in campagna elettorale, perpetrate da alcuni esponenti grillini, le hanno segnate entrambe.
Nel tritacarne mediatico sono finite tante vicende, in un gioco politico troppo grande per essere gestito da mazzieri poco esperti.
Nacque tutto dalle dichiarazioni di Vincenzo Pintagro, portate alla ribalta dalla trasmissione Le Iene.
L’attivista pentastellato della prima ora raccontò di aver sorpreso Claudia Mannino – segretaria dell’ufficio di Presidenza di Montecitorio – in compagnia di Samantha Busalacchi, intenta a ricopiare le firme nella sede palermitana di via Sampolo, a poche ore dalla scadenza del termine per la presentazione delle liste. Era il 2012 e la capitale siciliana si preparava alla campagna elettorale. Per il Movimento si candidava alla carica di sindaco, Riccardo Nuti, accusato dal Pintagro di essere a conoscenza dell’intera questione.
Mannino e Nuti hanno opposto resistenza al suggerimento di un passo indietro, avanzato dalla Casaleggio & Associati.
Il loro atteggiamento ha tutta l’aria di un guanto di sfida nei confronti di una leadership verso la quale, evidentemente, non mostrano particolare sensibilità.
Il fatto preoccupa e non poco.
In campo viene chiamato Rocco Casalino, responsabile della comunicazione, al quale si chiede di verificare la sussistenza delle accuse e trovare una via d’uscita.
Ma un altro scottante caso si riaprire. E ad affondare il coltello nella piaga è il premier Matteo Renzi.
Un anno fa L’Espresso aveva riferito di un appartamento, in uso a lui, affittato con i fondi pubblici destinati al partito.
“Siamo passati dalla casa del Grande Fratello a quella del Grande Senato” ha detto il presidente del Consiglio.
Casalino si era infatti presentato al mondo televisivo, come concorrente del reality in palinsesto Mediaset.
“Ma perché, poi, la casa di Casalino? Dovevano cambiare tutto e invece giocano con le firme false, sono garantisti a giorni alterni, pagano le case. È il sistema che loro volevano scardinare. Se fossi un elettore dei Cinque stelle non protesterei, voterei Sì al referendum”.
Gli fanno eco le parole di Monica Cirinnà: “Gridavano ‘Onestà, onestà’ e chiedevano trasparenza ed ora pagano la casa a Rocco Casalino con i soldi pubblici. Nessuna smentita è arrivata dal Gruppo M5S del Senato sull’utilizzo dei fondi per pagare l’affitto del responsabile della comunicazione. Denari degli italiani dirottati per scopi privati, una delle peggiori usanze di quella che loro chiamavano Kasta. Ora si spiega il loro No al referendum perché nulla cambi sulle spalle degli italiani’”.
Un impasse non di poco rilievo.
Beppe Grillo, sul suo blog aveva ringraziato pubblicamente Le Iene, ma cinque deputati – oltre ai due menzionati, Giulia De Vita, Chiara Di Benedetto e Loredana Lupo – invece di chiarire, hanno preferito sporgere querela contro la trasmissione.
“Spero che la Procura faccia luce prima possibile” auspica Di Maio.
Il clima in Sicilia è rovente. Circa un mese fa un’inchiesta per mobbing coinvolse il sindaco grillino di Bagheria, Patrizio Cinque, accusato di tenere un atteggiamento vessatorio – sospensioni e dinieghi di trasferimenti in un altro Comune – nei confronti di un dipendente che ne avrebbe contestato l’operato, denunciando irregolarità nella gestione dei rifiuti.
Il colpo di scena nel caso “firme false” si è realizzato per il “je m’accuse” di Claudia La Rocca, deputata siciliana che davanti ai pm avrebbe ammesso le sue responsabilità, decidendo poi di autosospendersi dal M5s.
“Mi ero ripromessa di non scrivere nulla. Sono giorni molto difficili, ogni parola potrebbe essere sbagliata, so che la gente da dietro una tastiera sa essere molto cattiva, so che c’è sempre qualche detrattore del Movimento pronto a strumentalizzare ogni cosa, senza nessuna oggettività e umanità. Ormai da una settimana ricevo decine e decine di messaggi di stima e incoraggiamento da amici, colleghi, conoscenti, sconosciuti, giornalisti, dirigenti, sindaci e assessori. Dimostrazioni di affetto pubbliche e private… E senza alcuni `angeli´ questi momenti sarebbero stati ancora più difficili da sopportare. Un calore così immenso e inaspettato per il quale non posso non ringraziare tutti e l’unico motivo delle mie parole adesso […] Io non voglio essere l’eroina, non voglio essere la protagonista, volevo solo mettere la parola fine ad una situazione che stava degenerando, tirando dentro tutto e tutti, e l’ho fatto nell’unico modo che conoscevo, la cosa che mio padre più apprezzava di me… Dicendo la verità”.
Queste le parole di La Rocca, affidate a un post pubblicato nella sua pagina Facebook.
“La mia scelta è stata difficile e non riesco a smettere di provare un profondo dolore. Sapevo di mettere in discussione gli ultimi 8 anni della mia vita, il mio ruolo di portavoce che ho messo al primo posto, sacrificando la mia vita privata, cercando di portare avanti il mio lavoro con serietà, impegno e passione… Ma la vita è fatta di scelte e affrontare un temporale con dignità, potersi guardare allo specchio, vale di più. So che è stato uno stupido errore – conclude – e mi dispiace se ho deluso qualcuno”.
Le indagini sono in atto, dunque c’è ancora riserbo. Ma se fino a ieri si pensava ad un errore – forse una leggerezza – per sanare una situazione, la piega che ora sta prendendo la vicenda, potrebbe introdurre nuove ipotesi.
Tra le 1.200 firme incriminate ci sarebbe anche quella dell’ingegner Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino, il quale ha dichiarato di non aver sottoscritto alcuna lista per le elezioni. Ha ricordato però di aver firmato in sostegno del referendum abrogativo della legge di privatizzazione dell’acqua.
Un legale e un commercialista avrebbero raccontato la stessa cosa.
Non più sottoscrizioni copiate, ma rilasciate in occasioni non correlabili alle elezioni ed usate fraudolentemente.
“Ricordo che mi fermò Nuti – ha detto l’ingegnere – per chiedermi la firma. Escludo fosse per le elezioni, non l’avrei messa, ma si trattava di una causa in cui credevo, come quella dell’acqua. Se si arriverà a un processo mi costituirò parte civile perché l’usurpazione di una firma è una cosa gravissima”. L’indagine, che conta su tre testimoni chiave e su centinaia di disconoscimenti, ha già coinvolto almeno otto indagati.
Nella puntata di martedì 22 novembre, Le Iene hanno inoltre riportato alcune testimonianze esclusive sul caso, raccolte dall’inviato Filippo Roma nello stabile del quartiere Malaspina dove, oltre ai coniugi Loredana Lupo e Riccardo Ricciardi – che secondo indiscrezioni non sarebbero indagati – vive la famiglia Di Blasi, le cui firme compaiono nel modulo 208, tra quelle dei coniugi grillini.
“Questa è la sua firma, signor Di Blasi?”, ha chiesto l’avvocato Carmelo Miceli, segretario provinciale del Pd che da legale ha collaborato all’inchiesta della trasmissione. “No, sono diverse, e questa chi me l’ha fatta?”, ha risposto il portinaio. Filippo Roma, chiede poi a Laura Guizzardi, perito grafologo del tribunale di Milano se lo stampatello dei nomi riportati nel modulo, sia secondo lei lo stesso dell’autocertificazione di Ricciardi. “Sembra lo stesso stampatello gli elementi più personalizzati corrispondono e da qui si deduce che è la stessa mano”.
In pratica, secondo Le Iene, nel modulo in cui le firme dell’onorevole Lupo e del marito sembrano autentiche, compaiono anche quelle di Di Blasi, della moglie Giuseppa Rizza e della loro figlia Alfonsina che però non le riconoscono.
Altri tre sottoscrittori, nella stessa pagina, risultano irreperibili.
Il dubbio che anche Loredana Lupo e il marito possano avere avuto un ruolo nella falsificazione o che possano aver tratto consapevolezza del reato che stava compiendosi, inizia a serpeggiare. Ricciardi, in una precedente intervista, disse di aver materialmente consegnato gli elenchi, ma di “non avere mai visto, né saputo, né sentito” di manovre illegittime nella loro presentazione.
Da tre mesi, gli aspiranti alla carica di sindaco palermitani attendono che i vertici del Movimento diano il via libera alle comunarie per scegliere lo sfidante che, nella prossima primavera, sfiderà Leoluca Orlando. Ma nessuna mossa potrà essere fatta prima della chiusura indagini: tra i candidati ci sarebbero infatti alcune persone coinvolte o citate nell’inchiesta.
Intanto anche a Bologna esplode il caso. Sarebbero 4 gli indagati in un’altra inchiesta per presunte irregolarità nella raccolta firme a sostegno del M5s. “Violazione della legge elettorale” in occasione delle Regionali 2014, l’ipotesi di reato. Le indagini, durate due anni e svolte dai Carabinieri di Vergato, sono nate dall’esposto presentato dagli ex attivisti di Monzuno, Stefano Adani e Paolo Pasquino. La denuncia riguardava anche una sottoscrizione ritenuta irregolare perché avvenuta al Circo Massimo di Roma, dunque fuori dal territorio di competenza.
“Se un fessacchione ha preso qualche firma a Roma – dice Massimo Bugani, fedelissimo di Beppe Grillo – si dimostrerà che sono firme vere, prese da un fessacchione che poi le ha portate al banchetto e le ha infilate dentro gli altri moduli. Se questo è ciò che viene contestato su 1300 firme è risibile”.
Non si fanno attendere le reazioni del PD: “Quattro indagati per le firme false a Bologna, sommati con quelli di Palermo sono dodici. Allora è un metodo, si chiama Grillopoli”, dice in un tweet la vice capogruppo del Pd alla Camera Alessia Morani.
“Dopo lo scandalo delle firme false raccolte per le amministrative a Palermo, la Grillopoli si estende a macchia d’olio fino a Bologna. Questa è l’ennesima conferma che nel M5S la trasparenza è soltanto una parola priva di significato, usata solo a fini di propaganda”, tuona Marco Di Maio, dell’ufficio di presidenza del gruppo Pd alla Camera.
È forse vero che chi di spada ferisce, di spada finisce prima o poi col perire. L’implacabile legge del contrappasso…