DI PIERLUIGI PENNATI
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Quando i padri fondatori discutevano su come scrivere la nostra costituzione repubblicana i miei genitori nemmeno si conoscevano, anzi, uno di loro nemmeno era nato e l’altro era un semplice giovanissimo partigiano di periferia, ed il 25 giugno 2013 si spegneva Emilio Colombo, l’ultimo e più giovane dei padri costituenti.
In assenza di testimoni diretti mi chiedo spesso come possiamo noi oggi comprendere lo spirito ed i pericoli che i padri della patria vedevano nel fondare una nuova nazione e nel gettarne le basi che dovevano essere durature, se non eterne, e se io comincio ad avanzare in età, ed ho ricordi di seconda mano, come potrà mai un giovane di seconda o terza generazione mantenere i valori espressi o solo sottesi ad un simile importante quasi dogmatico documento?
La storia ci viene in aiuto, anche se è spesso noiosa e complicata da leggere ed interpretare, ma possiamo provarci tentando di analizzare la filosofia che il documento voleva rifuggire e combattere: il fascismo.
La costituzione repubblicana italiana è antifascista, tutti noi, o quasi, siamo antifascisti, ma spesso parliamo del fascismo senza conoscerlo, alimentando falsi miti e leggende di ogni tipo, nell’una e nell’altra direzione e nell’era di internet e dell’analfabetismo funzionale serve, forse, tornare indietro e rileggere il testo base sulla filosofia del fascismo, quello che probabilmente fu fonte ed ispirazione dei padri costituenti per non ripetere più gli errori del passato, monarchia e dittature di ogni genere, un testo scritto dallo stesso fondatore e teorico del Fascismo ad uso delle scuole superiori: “La dottrina del fascismo” di Benito Mussolini.
L’idea di leggere un libro scritto da Mussolini in persona può scandalizzare, ma non bisogna chiudere gli occhi davanti al nemico, bisogna guardarlo bene in faccia, per comprenderlo e combatterlo consapevolmente. La costituzione fu scritta da chi quel libro lo conosceva certamente bene, almeno per esperienza diretta, e quel libro può darci indicazioni sui valori civili ed antifascisti della nostra costituzione.
Nella prefazione l’editore ci avverte che la parte fondamentale “è costituita dallo scritto del Duce, nel quale – son, parole Sue – « è stabilito nettissimamente il mio pensiero dal punto di vista filosofico e dottrinale. »”, un libro, quindi, ed un contenuto che non può essere trascurato nel decidere, il 4 dicembre, se modificare o meno il sistema legislativo italiano, probabilmente per sempre.
In quel libro si trovano le idee fondamentali dalle quali nel 1947 si scappava, in esso è scritto che “Come ogni salda concezione politica, il Fascismo è prassi ed è pensiero, azione a cui è immanente una dottrina, e dottrina che, sorgendo da un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita e vi opera dal di dentro”.
Ma le frasi forse centrali sono le modalità con cui si esplicita il fascismo, Mussolini sostiene che i “Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l’illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete”, riducendo la figura dell’elettore e della democrazia ad una semplice illusione di se stessa, infatti “La democrazia è un regime senza re, ma con moltissimi re talora più esclusivi, tirannici e rovinosi che un solo re che sia tiranno.”
Quindi, per Mussolini, la democrazia è pericolosa per la governabilità dello stato e continua con “Questo spiega perché il Fascismo, pur avendo prima del 1922 – per ragioni di contingenza – assunto un atteggiamento di tendenzialità repubblicana, vi rinunciò prima della marcia su Roma, convinto che la questione delle forme politiche di uno Stato non è, oggi, preminente e che studiando nel campionario delle monarchie passate e presenti, delle repubbliche passate e presenti, risulta che monarchia e repubblica non sono da giudicare sotto la specie dell’eternità, ma rappresentano forme nelle quali si estrinseca.”
Finta democrazia e stato padrone in una sorta di illusione collettiva dove “la democrazia può essere diversamente intesa, cioè se democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello Stato, il Fascismo poté da chi scrive essere definito una « democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria »”.
I padri fondatori, che certamente conoscevano bene la materia filosofica, decisero, probabilmente, di opporvisi nell’unico modo considerato possibile ed ancor oggi valido: nell’allargamento della democrazia e non nella sua compressione.
In questa ottica, la rinuncia o la limitazione della democrazia in favore della governabilità realizza in pieno le idee fasciste che da quasi un secolo rifuggiamo, la domanda quindi non dovrebbe essere se vogliamo cambiare, ma se davvero vogliamo tornare indietro o se, volendo cambiare a tutti i costi, non sia meglio pensare ad uno stato dove la democrazia diretta sia più presente.
In Italia mancano procedure per il sostegno di leggi di iniziativa popolare, per l’approvazione collettiva delle nuove norme, tutto è già ampiamente accentrato nello stato, quasi secondo l’idea Mussoliniana antiindividualistica, dove “la concezione fascista è per lo Stato ed è per l’individuo in quanto esso coincide con lo Stato” e “contro il liberalismo classico”, arrivando a dichiarare che “Il concetto di libertà non è assoluto perché nella vita nulla vi è di assoluto. La libertà non è un diritto, è un dovere. Non è una elargizione: è una conquista; non è un’eguaglianza: è un privilegio. Il concetto di libertà muta col passare del tempo. C’è una libertà in tempo di pace che non è più la libertà in tempo di guerra. C’è una libertà in tempo di ricchezza che non può essere concessa in tempo di miseria.”
In altri sistemi di governo, quello svizzero, per esempio, le consultazioni popolari per confermare l’operato del legislatore sono alla base della democrazia e nell’era di internet la relativa spesa e procedure sono enormemente abbattuti e più semplici, tanto che persino nell’Appenzeller, dove le donne hanno acquisito il voto solo dal 1990 e fino al 1996 il popolo si esprimeva in piazza per alzata di mano, si vota per corrispondenza o tramite internet con costi risibili, e chi può dire che la svizzera sia un paese sottosviluppato od una dittatura?
Non ci sono scuse, quindi, esistono modi e modalità democratiche efficienti ed economici anche senza dover rinunciare al bicameralismo, la cui funzione è principalmente quella di assicurare il pluralismo e l’equilibrio fra i poteri, tanto da essere in vigore in moltissimi paesi democratici al mondo senza essere messa in discussione. Francia e Stati Uniti hanno due camere e persino l’Unione Europea ha due assemblee che legiferano insieme e che sono, in modo diretto od indiretto, elette dai cittadini in modo chiaro e responsabile.
Con tutta probabilità, il quesito che i padri fondatori volevano risolvere era se governare a tutti i costi od inchinarsi democraticamente davanti alla nazione in quanto individuo e non stato padrone.
La soluzione costituzionale trovata nel 1947 è forse perfettibile, ma i perfezionamenti dovrebbero dirigersi nel senso dell’allargamento della democrazia e non della sua limitazione, il primo è spirito antifascista, il secondo conferma della teoria che “Il Fascismo nega che il numero, per il semplice fatto di essere numero, possa dirigere le società umane; nega che questo numero possa governare attraverso una consultazione periodica; afferma la disuguaglianza irrimediabile e feconda e benefica degli uomini che non si possono livellare attraverso un fatto meccanico ed estrinseco com’è il suffragio universale.”
Sessantanove anni fa si scappava dal concetto che “Chi può risolvere le drammatiche contraddizioni del capitalismo è lo Stato. Quella che si chiama crisi, non si può risolvere se non dallo Stato, entro lo Stato” e che “Lo Stato fascista organizza la Nazione, ma lascia poi agli individui margini sufficienti; esso ha limitato le libertà inutili o nocive e ha conservato quelle essenziali.”, oggi siamo chiamati a guardare avanti, facciamolo, ma con gli occhi bene aperti.