DI EMILIO RADICE

EMILIO RADICE
Accozzaglia, pensavo stamane mentre in un padellone facevo cadere rotelle ispirate di carote, cipolle, gambi di sedano, e accozzandoli insieme con dell’olio extravergine (fino a prova contraria) mi facevo quasi sedurre dall’idea della peposa, ch’è n’accozzaglia anch’essa, fatta dal mio amico Roberto, dove il tradimento della extraverginità si consuma con la carne, fino al distillato delle essenze e al mugolio strozzato in gola dal piacere in piatto. La peposa, accozzaglia dove l’assenza di peperoncino incide a maturare il sospetto di un dico-non-dico, come un voglio-non-voglio lievitante il desiderio, un NO madre di spermatozoici SI fecondi. Ed io lì a tagliar cipolle, falsamente indifferente, a gettar nell’accozzaglia altri pensieri a istinto, qualche foglia di maggiorana, un poco di empitella, un frammento di alloro, le olive. Fino al pollo, vinto, esangue accozzato nel tritìo del resto e poi insultato con un fiotto di vino sconosciuto in faccia, d’origine spagnola, com’è giusto in un’accozzaglia vera certificata oggi da etichette: aglio made in Mexico, pollo modenese, vino della Catalogna e gas d’Algeria. Tutti accozzati in una unica accozzaglia per la goduria del supremo momento di trionfo, “mo’ me te magno”, e dunque digeriti, biorigenerati e infine tornati – come dice Dio – polvere nella polvere nella suprema accozzaglia dell’Universo. Senza che si offenda.