DI SILVIA GIROTTI

SILVIA GIROTTI

Esattamente 9 anni fa una delle più affascinanti scoperte dell’archeologia diede nuovo smalto alla storia leggendaria di Roma. Sotto il Colle Palatino, grazie all’impiego di una sonda inoltrata nel terreno, si rinvenne una grotta riconducibile al Lupercale, il luogo dove la Lupa, allattò Romolo e Remo, salvandoli da una morte per fame e permettendo alla città eterna di essere fondata, il 21 aprile del 753 a.C. Piccoli marmi policromi, rombi, ovali, rettangoli decorati, mosaici e un’aquila bianca al centro della volta, furono ammirati dopo tanti secoli di buio. Capire il confine preciso tra mito e storia è cosa difficile. Non si sa perché i romani avessero deciso di istituire in quel luogo il sacrario. Certo è però che di riferimenti in merito alla sua ubicazione sono piene le cronache antiche. La presenza dell’aquila bianca, simbolo del principato di Augusto, avvalora la tesi che fu lui a restaurarlo, come scritto nelle autografe Res Gestae. Era ministro per i Beni culturali Francesco Rutelli quando il 20 novembre del 2007, si diede notizia della scoperta. L’ipogeo, a pianta centrale del diametro di sei metri e 56 centimetri, alto sette metri e 13, si trova accanto alle mura della dimora di Augusto, in un avvallamento alle pendici del colle Palatino, tra il tempio di Apollo e la chiesa di Sant’Anastasia che lo sovrasta in parte. Il suo soffitto è a sette metri di profondità, la sua altezza ne misura più o meno 9. Si tratta di un luogo, come disse l’allora sovrintendente dei beni archeologici capitolini Angelo Bottini, cercato da tempo: “Iniziammo due anni fa (nel 2005 ndr), monitorando la zona tra il Circo Massimo e la casa di Augusto. Da un lato stavamo facendo sondaggi per capire cosa c’è nel terreno, dall’altro abbiamo condotto carotaggi ed endoscopie per cercare questa cavità di cui ci parlano le fonti cinquecentesche. Le ricerche hanno dato esito positivo, tramite laser scanner abbiamo fatto un’indagine fotografica e siamo riusciti a vedere cos’è la cavità […] È molto probabile che sia il Lupercale. Non ci sono molte altre possibilità. È ben conservato. Non è una grotta qualsiasi. La posizione è speciale, la decorazione è complessa e di tipo imperiale, e sappiamo dalle memorie di Augusto che lui rimaneggiò il Lupercale. Le fonti concordano nel dire che quel luogo mitico è in quella zona”. “Sono strabiliato – disse l’archeologo Andrea Carandini – è una delle più grandi scoperte mai fatte, è una solida ipotesi di lavoro. Il fatto che locali al di sotto della Casa di Augusto vengano decorati con un tale lusso, a una profondità così ampia e nel punto indicato dalle fonti fa proprio ritenere che sia il Lupercale”. Il sito non è ancora accessibile. Occorrono scavi e un lavoro che potrebbe durare anni. Il termine “Lupercale” viene da Luperco, antenato di Fauno, mezzo lupo e mezzo capro. I Romani celebravano i Lupercalia,una festa inquietante nella quale si mescolavano riti di purificazione e di fecondità, nei giorni nefasti di febbraio. Il mattino del 15 i luperci, giovani di una confraternita guidata dal magister,si radunavano nei pressi del Lupercale, circondato da un fitto bosco di querce e qui sacrificavano un capro, per segnarsi la fronte col suo sangue ed abbigliarsi delle sue pelli. Correvano poi insieme, lungo la via Sacra, inscenando quanto narrato da Buta nei suoi versi elegiaci. La leggenda vuole che Romolo e Remo, dopo la vittoria sul perfido Amulio, lo zio della loro madre Rea Silvia, corsero esultanti al sito dove la Lupa li aveva allattati da piccoli.Durante la celebrazione – lo narra Plutarco in “Vite parallele” – erano iniziati due nuovi Luperci, uno Fabiano e uno Quinziale. Con alcune corregge, ricavate dalla pelle dell’animale sacrificato, si colpiva poi simbolicamente, lo stesso giorno, il dorso delle donne per propiziarne la fertilità. Era un gesto questo consacrato alla dea Giunone Caprotina, ritratta con la testa di capra, emblema della Grande Madre Natura, nutrice di tutti gli esseri viventi. L’intero mese di febbraio era dedicato a lei, nella sua versione di Iunio Februata, la dea della purificazione. Vi è un’altra leggenda legata ai Lupercalia, attribuita a Gaio Acilio, che racconta del giorno in cui Romolo e Remo, prima della fondazione di Roma, persero il loro bestiame. Corsero a cercarlo nudi – per essere più scattanti – implorando Fauno. Il rito segnava il momento di passaggio dall’infanzia alla giovinezza, in una sintesi di tradizioni, non ultima quella sabina che importò a Roma la figura dell’ hirpus – il lupo – simbolo non solo di Mamers, Marte, ma anche di Soranus, un dio infero, purificatore e fecondatore, venerato sul monte Soratte. I Lupercalia vanno dunque interpretati come una festa sincretica, le cui origini affondano in un periodo addirittura antecedente a quello romano: il tempo del matriarcato che celebrava la Dea Lupa, di cui proprio Giunone Caprotina ha evocato a sé il significato.Le sacerdotesse della Dea Lupa venivano chiamate Lupe, nome ereditato poi dalle prostitute profane di Roma che, tra l’altro, erano solite ululare per attirare i clienti. Tale pratica aveva un’origine rituale: nelle lupanare, stanze annesse ai templi, veniva esercitata la prostituzione sacra e le giovani, durante l’amplesso, ululavano in segno di appartenenza alla Dea. Nel passaggio dal matriarcato al patriarcato molte cose cambiarono, nei costumi e nei miti. Fu proprio studiando la storia e la mitologia romana che Bachofen comprese la derivazione del patriarcato da un matriarcato precedente, in cui il potere femminile era più sacro e sacerdotale che civile. Se la Lupa richiama dunque il femminino sacro, il capro, in quanto legato a Fauno, nonché al dio Pan, è rappresentazione di lussuria. Per tale ragione fu assimilato nel Medioevo al diavolo col quale – lo si legge nel Malleus Maleficarum – si riteneva si accoppiassero le streghe durante i sabba. Non a caso è anche allegoria di Baphomet, adorato, secondo le accuse, dai Templari.Baphomet non era affatto il “Signore del Male”, ma un insieme di simboli che, se correttamente interpretati, avrebbero consentito l’accesso a Sophia, la Sapienza, principio femminile (“Dogme et rituel de la haute magie”, “Dogma e rituale dell’alta magia”, del 1855-56). Il vero Esoterismo non nasconde le verità al mondo, ma le tramanda “in sicurezza”, proteggendole dall’ignoranza di cui la Sapienza è grande nemica. E di Conoscenza è intriso ogni mito.