DI SIMONA CIPRIANI
SIMONA CIPRIANI
L’Istituto Superiore di Sanità è il più grande e importante istituto di sanità pubblica e di ricerca biomedica d’Italia con compiti che riguardano la ricerca, la sperimentazione, il controllo e la consulenza in ambito sanitario. Funzioni che sono svolte autonomamente o in collaborazione con altri importanti enti o istituti nazionali e internazionali.
Qui si svolgono i controlli sugli alimenti, sui vaccini, si sorvegliano i focolai d’infezioni, si valutano gli interventi in caso di emergenze sanitarie. Da qui provengono i dati sulla mortalità nella Terra dei fuochi, si testano farmaci e tecnologie biomediche.
Importanti ricerche di rilevanza internazionale sono state fatte proprio in questo Istituto, come gli studi sul vaccino contro la pertosse, durante gli anni novanta, che hanno portato alla produzione degli attuali vaccini contro la meningite o come la sperimentazione realizzata in Africa sulla trasmissione materno-fetale del virus Hiv.
Eppure sembra proprio che lo Stato non abbia alcun interesse a sostenere la ricerca in Italia e che i fiumi di parole spese sulla fuga dei cervelli siano soltanto chiacchiere al vento.
I nostri ricercatori, un esercito di studiosi che tanto lustro ha dato e dà al Paese con centinaia di studi riportati nelle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, sono spesso costretti a vivere una vita da precari o, in alternativa, andare a svolgere la loro attività all’estero, portando a beneficio di altri tutto il bagaglio della loro preparazione e delle loro competenze.
Almeno 530 ricercatori e tecnici di laboratorio dell’Istituto Superiore di Sanità, circa il 25% dell’organico con anzianità media di almeno quindici anni, sono in attesa di essere stabilizzati da incarichi di collaborazione coordinata e continuativa: in pratica precariato.
Lo scorso maggio il ministro della Sanità Beatrice Lorenzin aveva promesso che i circa 30milioni di euro necessari per regolarizzare questa incresciosa situazione, sarebbero stati stanziati al più presto, ma nella legge di Bilancio all’esame in Parlamento in queste ore, l’investimento  non è stato ancora confermato.
Per questo motivo, due giorni fa, 580 ricercatori e tecnici di laboratorio hanno deciso di occupare, a oltranza,  l’aula magna dell’Istituto Superiore di Sanità di V.le Elena a Roma: più di cinquecento scienziati esasperati pretendono che la loro situazione sia regolarizzata con un’assunzione attesa troppo a lungo.
La protesta, supportata dal sindacato del Pubblico Impiego USB, è stata deliberata dopo un’assemblea cui hanno partecipato lavoratori di tutte le età, impiegati all’ISS da anni e ancora senza contratto.
“Al momento non ci sono i presupposti per interrompere la protesta” ha dichiarato Cristiano Fiorentini, dell’USB, “Riteniamo che sia difficilmente sostenibile per questo governo, che si rappresenta come innovativo, rimangiarsi un investimento sulla ricerca sanitaria quantitativamente irrisorio per la Legge di Stabilità, ma di grande significato su un tema molto sentito dai cittadini come quello della salute e di ritorno concreto per il Paese”.
Una questione che va avanti da anni ma che negli ultimi mesi sta impegnando tutto il mondo della ricerca italiano.
Gli investimenti arrivano con il contagocce e gli addetti sempre più spesso sono costretti a emigrare all’estero alimentando un flusso di cervelli in uscita che, secondo le stime arriverà entro il 2020 a oltre 30mila, mentre poche migliaia di ricercatori stranieri sceglieranno il nostro Paese per la loro attività destinando l’Italia alla desertificazione tecnologica e scientifica.
Intanto prosegue la protesta all’ISS con lo sguardo rivolto alla Commissione Bilancio che solo approvando l’emendamento riguardante i fondi necessari riuscirà a interrompere l’occupazione in atto a viale Elena restituendo la dignità che meritano a tutti gli operatori di questo settore.