DI FERNANDO CANCEDDA

FERNANDO CANCEDDA

Alla gustosa presa in giro di Emilio Radice dell’insulto renziano, appena letta su Alganews, aggiungo volentieri il mio elogio, non certo dell’accozzaglia, che nel nostro vocabolario mantiene un significato negativo, ma della disponibilità a trovare l’intesa da parte di persone che la pensano diversamente. Non su tutto, ovviamente, nel qual caso ci troveremmo di fronte al deprecabilissimo “pensiero unico”, ma su questa o quella questione particolare, politica o filosofica. Non per imporre alleanze di potere, come avviene nei “patti del nazareno”, ma per cercare nel confronto una mediazione tra diversi punti di vista. Confronto che, con buona pace di Renzi e dei suoi,  non può essere confinato in una campagna elettorale o in un congresso di partito. In ogni vera democrazia dovrebbe essere permanente. E offrire ad ogni individuo la libertà di aderire onestamente a questa o a quella proposta, sfuggendo agli unanimismi di partito o di corrente. Se poi si tratta di fissare in una Costituzione le regole fondamentali della convivenza civile, ecco che questa disponibilità mi sembra più che mai doverosa. Altro che accozzaglia (nandocan)
***di Emilio Radice, 23 novembre 2016 – Accozzaglia, pensavo stamane mentre in un padellone facevo cadere rotelle ispirate di carote, cipolle, gambi di sedano, e accozzandoli insieme con dell’olio extravergine (fino a prova contraria) mi facevo quasi sedurre dall’idea della peposa, ch’è n’accozzaglia anch’essa, fatta dal mio amico Roberto, dove il tradimento della extraverginità si consuma con la carne, fino al distillato delle essenze e al mugolio strozzato in gola dal piacere in piatto. La peposa, accozzaglia dove l’assenza di peperoncino incide a maturare il sospetto di un dico-non-dico, come un voglio-non-voglio lievitante il desiderio, un NO madre di spermatozoici SI fecondi. Ed io lì a tagliar cipolle, falsamente indifferente, a gettar nell’accozzaglia altri pensieri a istinto, qualche foglia di maggiorana, un poco di empitella, un frammento di alloro, le olive. Fino al pollo, vinto, esangue accozzato nel tritìo del resto e poi insultato con un fiotto di vino sconosciuto in faccia, d’origine spagnola, com’è giusto in un’accozzaglia vera certificata oggi da etichette: aglio made in Mexico, pollo modenese, vino della Catalogna e gas d’Algeria. Tutti accozzati in una unica accozzaglia per la goduria del supremo momento di trionfo, “mo’ me te magno”, e dunque digeriti, biorigenerati e infine tornati – come dice Dio – polvere nella polvere nella suprema accozzaglia dell’Universo. Senza che si offenda.