DI MICHELE ANSELMI
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Più che “rubato”, l’amore in questione, sempre che tale possa essere definito, mi pare “oltraggiato”, “schiantato”, “pestato”. Perché nelle cinque storie che compongono il film di Irish Braschi, liberamente tratto dal romanzo di Dacia Maraini, non v’è proprio traccia di quel sentimento che ci piace chiamare amore.
Nelle sale il 29 e 30 novembre, dopo l’anteprima all’Adriano di venerdì 25, per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, “L’amore rubato” è un film atipico: dura solo un’ora, per renderne più agile e duttile la visione sulle varie piattaforme; sfodera un bel gruppo d’attori che hanno lavorato quasi gratis, aderendo al progetto di forte impianto civile; intreccia solo alcune delle vicende desunte dalla realtà, ma reinventate per la pagina scritta da Maraini, in modo di coprire fasce di età diverse, in una sorta di viaggio trasversale in quella che Nicola Saldutti, in un editoriale sulla prima pagina del “Corriere della Sera”, ha definito «una violenza che umilia tutti noi».
Naturalmente non saranno i film, sia quello televisivo su Lucia Annibali, pur visto da 5 milioni di persone, sia questo destinato anche alle sale prodotto da Anthos e Raicinema, a far uscire dal buio il lato oscuro degli uomini che spaventano, minacciano, picchiano e talvolta uccidono le donne, a ogni età. Le cronache sono piene di questi misfatti, spesso nascosti nelle realtà più rassicuranti e agiate, taciuti per paura o quieto vivere, fino a che non si dilatano in tragiche pozze di sangue.
Da questo punto di vista, “L’amore rubato” è un film utile, anche onesto, benché non sempre recitato al meglio nei ruoli minori, qua e là tagliato con l’accetta sul piano drammaturgico, probabilmente per andare dritto al cuore del problema (firmano il copione il regista con Giorgia Cecere e Giancarlo De Cataldo). Di contro, è apprezzabile la scelta di non mostrare mai la violenza nel momento in cui si scatena, ma il prima e il dopo, in un crescendo minaccioso, nel corso del quale tutto può succedere.
Le storie? Eccole ridotte all’osso. Una madre benestante e bella alle prese con un marito tirannico e manesco. Un’adolescente stuprata dai compagni di classe e ricattata con un video, al punto da farle desiderare di uccidersi buttandosi dalla finestra. Una trentenne succube di una lunatica rockstar capace di inibire ogni desiderio di autonomia. Una professoressa cinquantenne tornata single che accetta la corte, all’inizio romantica, di un geloso patologico. Una venticinquenne di periferia che si scopre incinta dopo essere stata violentata dal riccone in Suv presso cui lavora come donna delle pulizie.
Casi limite? Non si direbbe, se è vero che in Italia sono quasi 7 milioni le donne che hanno subito, nel corso della propria vita, una qualche forma di violenza fisica e sessuale. “L’amore rubato” si inoltra in alcune di queste storie, evitando un’atmosfera da “guerra dei sessi”, ma certo dipingendo gli uomini come “prigionieri” di un maschilismo atavico che fa coincidere virilità e possesso.
Molti, come si diceva, gli interpreti coinvolti: da Elena Sofia Ricci a Stefania Rocca, da Gabriella Pession a Chiara Mastalli, da Alessandro Preziosi a Francesco Montanari, da Massimo Poggio ad Antonello Fassari. E proprio Fassari, che nel film incarna il facoltoso padre di famiglia stupratore lesto a comprare il silenzio della ragazza proletaria, riconosce: «Di personaggi cattivi ne ho fatti tanti, ma come questo mai. Spero di essere stato abbastanza spregevole. La verità? Mi sono portato dentro per parecchio tempo una brutta sensazione». Si può capirlo.
L’angolo di Michele Anselmi / Scritto per Cinemonitor
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