DI VIRGINIA MURRU
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Le incertezze sulla decisione della Fed di aumentare i tassi, sta immobilizzando i mercati, che soffrono in questo clima di stand-by e si tengono su una linea di prudenza, fino al prossimo dicembre, quando tutte le sospensioni in merito potrebbero cadere e giungere alla svolta attesa da un anno, ormai. Risale infatti al dicembre scorso l’ultimo intervento della Banca Centrale americana, risolto con un aumento dei tassi di un quarto di punto, 0,25%.
Per sette volte consecutive il Federal Open Market Committee (FOMC), che è il principale strumento attraverso il quale la Fed regola la sua politica monetaria, ha rimandato la cosiddetta stretta (credit crunch), si attendono ulteriori progressi per il rialzo dei federal funds rate, ossia i tassi d’interesse. Il Fomc si riunisce otto volte l’anno, l’ultima per il 2016 sarà a dicembre prossimo.
Si attendono segnali più chiari dal fronte macroeconomico, lo ha ribadito la Presidente della Fed, Janet Yellen, ma intanto i dati sull’occupazione di ottobre sono incoraggianti, oltre 270 mila posti di lavoro in più, una scintilla che autorizza a pronosticare fiamme incoraggianti sul versante dell’economia. I dati sull’occupazione sono andati oltre le aspettative, si tratta del migliore risultato, dal 2000 in avanti.
Alla Casa Bianca hanno ben ragione d’essere soddisfatti, dato che in tre mesi si sono creati 1 milione di nuovi posti di lavoro, un autentico boom che proietta in avanti l’economia americana, destinata, se il trend prosegue, a diventare il ‘trampolino’ di lancio del nuovo presidente Trump. Il dollaro è andato ai massimi nel giro di sei mesi sull’euro.
Analisti e Agenzie di rating stanno ‘almanaccando’ al rialzo sui numeri dell’economia USA, i mercati non hanno tradito all’indomani dell’elezione di Trump, nonostante se ne fosse scongiurata la vittoria, poiché, secondo i ‘dogmi’ finanziari, avrebbe portato incertezza, dunque instabilità. Non ci sono state reazioni negative, a dimostrazione del fatto che l’aleatorietà è una delle anime della finanza.
Restano fermi i dati sul manifatturiero, già nel corso dell’anno le performance non sono state soddisfacenti.
Alla Yellen, per avviare la stretta monetaria, occorrono percentuali positive nei dati relativi all’inflazione, il target auspicato è infatti il 2%, e sarebbero dati macroeconomici importanti in questo momento, la conferma che l’economia può permettersi profondi respiri per quel che riguarda la sua solidità, e anche per presentarsi con le carte in regole nei mercati interni e in quelli globali.
La bestia nera resta infatti il mercato globale, è in questo scacchiere che è necessario misurarsi per sostenere che nella corsa ad ostacoli dei numeri si possono affrontare anche i draghi, come quello cinese, insidia numero uno; gli operatori economici americani lo sanno bene.
Intanto la presidente della Fed, ha dichiarato che non si dimetterà, nonostante Donald Trump, durante la campagna elettorale, avesse minacciato di ‘rottamarla’, egli non concorda infatti con la politica monetaria della Fed. La Yellen ha replicato però che non la smuoverà nessuno, e tanto meno lui: “è mia assoluta intenzione finire il mandato (2018), e non prevedo dimissioni anticipate”.
Non vuole neppure sentir parlare di ‘controriforme’ a Wall Street, interventi che rientrano nei programmi del nuovo presidente.
Janet Yellen ha un ‘pedigree’ economico d’eccellenza, ricopre il ruolo di presidente della Fed dal 2014, nominata da Barak Obama, dal 2010 al 2014 è stata vice presidente, e in precedenza ha ricoperto ruoli di altissima importanza nella finanza americana.
Ha sposato George Akerlof, Premio Nobel per l’Economia nel 2001.