DI GIORGIO MAURI
giorgio mauri
«Il giornalismo deve essere coraggioso», sono le parole della direttrice dell’Economist, la signora Zanny Minton Beddoes (nella foto), quando è diventata direttrice dell’Economist. E continua con: « Abbiamo poco più di 105 giornalisti dipendenti e circa 155 persone complessivamente, inclusi redattori, disegnatori e assistenti. Poco meno di due terzi sono basati in Inghilterra e il resto in tutto il mondo. La nostra grande forza sono loro e la loro scrittura».
Stasera la Gruber e i suoi ospiti si sono imbattuti nell’Economist che si è schierato per il NO, con Travaglio felice di sottolineare che le colonne del quotidiano inglese sembravano la traduzione del Il Fatto Quotidiano.
L’Economist sostiene che le dimissioni di Renzi non sarebbero una catastrofe, perché le sue riforme non servono al paese, inoltre l’Italia ha sempre saputo mettere in campo validi governi tecnici. Personalmente trovo il governo Monti stellare rispetto a questo indecifrabile soggetto al servizio di Berlusconi, di De Benedetti e di non si sa quanti altri.
Le critiche sono quelle dei sostenitori del NO. Grave la mancanza di rispetto della democrazia, con un senato non eletto, e addirittura composto da personaggi prelevati da consigli regionali che oggi come oggi hanno 109 inquisiti, costituendo la parte dirigente più corrotta del paese.
L’accoppiata “riforma costituzionale/legge elettorale” offre il fianco alla possibilità di insediamento dell’uomo forte al comando, e visti i 20 anni di Mussolini e altrettanti di Berlusconi è meglio evitare il rischio.
Come mai questa ribellione alla volontà espressa dai poteri forti ?
I motivi sono tanti, e parlando di anglosassoni in primis deve esserci il loro tornaconto, per cui è evidente che preferiscono una Europa e una Italia stabili e democratiche.
Gli altri motivi sono culturali. Partendo dai fatti si viene a sapere che il NO è stato formulato dalla direttrice Zanny Minton Beddoes e dai collaboratori più giovani, mentre i corrispondenti dall’Italia e dai vari paesi europei sono per il Sì (allineati alla volontà dell’establishment).
Rispetto alla volontà delle grandi banche americane e della Merkel, ci ritroviamo dei giornalisti che mantengono la loro libertà di pensiero e valutano con oggettività i fatti. Probabilmente è dovuto al fatto che gli Inglesi hanno sempre evitato gli scontri traumatici, hanno evitato di imporre i propri gusti, la propria cultura, e così hanno conquistato il mondo, che oggi parla ovunque la loro lingua. Ci sono riusciti con i Beatles, e anche con la Parigi di Sartre che ospitò e fece conoscere agli europei le divinità viventi del free jazz, quei neri d’america in piena lotta accanto ai miti delle battaglie razziali, Martin Luther King e Malcolm X.
In quegli anni i primi grandi blues man strappati ai campi di cotone, Chuck Berry, Muddy Waters, costui padre putativo dei Rolling Stones.
Ma anche i bianchi d’america erano uomini sensibili ai problemi sociali. Joan Baez, Bob Dylan e anche il più americano di tutti, il mostro sacro del Country, Johnny Cash, che era venuto in Germania a inizio degli anni ’50, a fare il militare.
Da molti anni facciamo i conti con i derivati dei grandi usurai che hanno corrotto tutta la classe dirigente americana, che hanno mandato a gambe all’aria tutta l’economia dell’occidente, che vivono senza etica, posseduti dai miti più volgari, vittime del lusso, del denaro.
Ma ci sono anche i figli della grande cultura anglosassone, quella che ci ha regalato menti come Keynes, Russel, Alan Turing, John Forbes Nash jr.
C’è un individuo come Blair (a cui guarda come faro il nostro premier Renzi), che nel suo paese è considerato alla stregua di un criminale di guerra, ma ci sono anche gentiluomini come Corbyn, attuale amatissimo leader dei Labur, che sembra uscito da una camera dei lord dell’ottocento.
L’Economist ha preso posizione esattamente come nella migliore tradizione inglese, la quale non prevede di aver a che fare con regimi fascisti, come invece accade agli americani. Ma non è solo questione di bontà d’animo, è questione di Europa, e una Italia che perde la propria democrazia non piace agli inglesi, che hanno già trovato indigeste le prepotenze e l’arroganza tedesche.