DI CORRADINO MINEO
CORRADINO MINEO
Dall’Economist una spinta al No, Renzi non ci sta. Così Repubblica. “Sprecati due anni ad armeggiare con la Costituzione”. È questa l’accusa principale che il settimanale britannico muove al governo Renzi. Ha ragione? Sì, ha ragione. Non abbiamo varato una buona legge per la protezione del suolo (titolo oggi della Stampa: “Un fiume di fango e di paura, il Nord Ovest rivive l’incubo della alluvione del 94”), né una legge che disegni una mappa completa e condivisa del rischio sismico, non abbiamo usato il metodo Falcone per colpire la grande evasione che alimenta il capitale criminale. Abbiamo intasato il Parlamento con le riforme di Renzi, che cambiavano man mano che il suo trasformismo individuava nuovi alleati, da Verdini a Chiti. In parlamento ci siamo baloccati con una questione tutta interna alla politica: cercare nuove regole per ridurre l’intermediazione, alleggerire i cittadini da un certo numero di appuntamenti elettorali e garantire più potere e meno controlli per 5 anni a chi prevarrà, anche di un soffio, nel voto popolare. Così è. Dopo la sbornia del 41 per cento alle Europee, il governo ha chiesto molto per sé, non ha dato più nulla al paese, se non sgravi e bonus elettorali e l’enfasi su una ripresa inchiodata allo zero virgola!
A sorprendere è la durezza nei confronti di Matteo Renzi, scrive Massimo Franco sul Corriere. “Dire che la proposta di Parlamento offerta col referendum offende i principi democratici, che finora il premier ha perso tempo su riforme inutili, e che per paradosso una vittoria del Sì abbinata all’Italicum porterebbe a un governo di Beppe Grillo, sa di stroncatura”. Vero! Ma vale la pena di leggere l’articolo dell’Economist nel contesto del numero in edicola. Troviamo un editoriale sul populismo che spiega quanto difficile sia “convincere quelli che non riescono a vedere i vantaggi dello status quo”, poi due analisi sulla politica globale che denunciano il rischio di un “nazionalismo pericoloso dietro l’America first di Trump” e il “vuoto preoccupante che si crea in Asia” e che la Cina si appresta a coprire. Il giornale, insomma, prova a spiegare alla finanzia e ai suoi lettoti come funzionerà il mondo dopo Trump e dopo la Brexit. Finita la narrazione irenica di un nesso indissolubile, di un compromesso storico, tra mondializzazione e crescita dei diritti, Economist propone più pragmatismo, più attenzione ai rischi di involuzione autoritaria e di ripiegamento nazionalistico. In questo quadro, il decisionismo e il bullismo del Renzi ricordano, a ogni inglese che si rispetti, come il nostro paese si sia affidato in passato a personalità certo carismatiche, ma che lo hanno poi lasciato in braghe di tela: Mussolini e Berlusconi.
Ci vogliono deboli, ha subito ribattuto Matteo Renzi, proseguendo nello stile con cui punta alla rimonta: molti nemici, tanto onore. Per lui, Economist diventa corifeo dei poteri forti. Marchionne invece, che fa propaganda per il Sì, si dice “nauseato per gli insulti” (a Renzi?) e sostiene, nientemeno, che “è in gioco il futuro che lasceremo ai figli”, sarebbe il bravo industriale italiano, anche le tasse sceglie di pagarle all’estero. Per piacere! La verità è che il mondo è cambiato. Fillon vuol dialogare con Putin, la Cina parte alla conquista dell’Asia, l’Europa se non corre ai ripari sarà il vaso di coccio nelle prossime guerre (speriamo solo) commerciali. Così né la finanza internazionale né i burocrati di Bruxelles né decisori di Berlino, sono più disposti ad adottare alla cieca un politico italiano che promette molto, chiede troppo e cambia parere alla velocità della luce “Se Renzi decidesse di dimettersi in caso di vittoria del No”, scrive oggi Mario Monti sul Financial Times, “la responsabilità sarebbe solo sua. E le eventuali turbolenze sui mercati finanziari sarebbero da attribuire,non al risultato del referendum, ma a due fattori di cui solo il primo ministro si è reso responsabile. In primo luogo, per la personalizzazione della sua campagna referendaria. In secondo, per il modo con cui l’enfasi su detta campagna ha ostacolato l’attuazione delle riforme necessarie per stimolare la crescita economica”. Scrive Adriana Cerebelli sul Sole24Ore: “il giorno dopo il referendum del 4 dicembre (il governo) dovrà far passare la Finanziaria 2017 attraverso le forche caudine dei ministri Eurogruppo, i quali non è affatto certo che sposeranno il giudizio “flessibile” della Commissione Ue. Sarà il primo passo di una complicata corsa ad ostacoli in un’Europa più difficile. Meno comprensiva”.
Il discorso di De Luca ai sindaci? Non l’ho sentito, giuro. L’unico a non averlo inteso pare sia stato lui, Luca Lotti, l’anima nera del premier, quello che insieme a Verdini conta come pecore senatori e deputati, quello del lavoro sporco, l’eroe che scopre lady Brunetta dietro certi tweet scemi e offensivi come i tanti che i troll del premier diffondono più volte al giorno per sputtanare i gufi. Ieri Lotti è andato ad abbracciare De Luca, e il di lui figlio ed erede. Perché , con il clientelismo delle due Sicilia, Franza e Spagna purché se magna, il personagetto campano potrebbe forse far vincere il sì. Il resto, che importa? Che importa se pur di vincere Renzi avrà spaccato il paese, se avrà schierato il governo dalla parte di chi divora spesa pubblica, trasformato il Pd nella Democrazia Cristiana, non certo di Moro o Zaccagnini, nell’altra, quella in cui militavano Gava e Lima? Dopo il 4 dicembre dovremo ricucire, mi ha detto l’altro ieri Piero Fassino. “Io non difendo de Luca” ha sostenuto il veltroniano Verini, che mi sedeva accanto nel salotto della Merlino. Illusi. Quando si arma una campagna come quella che Renzi ha armato, impegnando sindaci e assessori come non si era mai visto in nessun altro referendum, né quello sul divorzio né l’altro sull’aborto, le ferite restano profonde. E i clienti, dopo aver trovato i voti, reclameranno parte del bottino. “Il voto del 4 dicembre è solo un antipasto”, scrive Michele Ainis, che prevede elezioni anticipate “anche se vince il Sì, soprattutto in questo caso”. Elezioni per salvare l’onore di Renzi o per imporre il regime di Renzi. “Il pasto cuoce già nel forno. Speriamo di non farne indigestione”.
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