DI LUCA SOLDI

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Il “no” da parte del sindaco di Corsico e della sua maggioranza, alla proposta di intitolare una Piazza a Lea Garofalo, suona come una beffa che supera i confini del piccolo Comune ed offende la memoria di quella donna, fragile ma al tempo stesso davvero “grande ed insuperabile”.
E questo proprio nel giorno che ne ricorda la tragica scomparsa per mano della mafia.
La vicenda di Lea Garofano è quella di una donna che vive sulla propria pelle le vicende di una famiglia intrisa della mafia e dal clima di collusioni e paure che ci girano intorno.
L’ambiente dove nasce e cresce e’ mafioso e sarà pure naturale, per Lea, trovare anche l’amore in una figura tutta dedicata alle illegalità.
Ma le indagini delle forze dell’ordine arriveranno presto a colpire quel mondo radicato al sud ma che vive da tempo nel “ricco e civile nord”, facendo “affari” a proprio piacimento. L’azione di repressione nei confronti della famiglia Garofalo si concretizza il 7 maggio 1996, quando i carabinieri di Milano svolgono un blitz in via Montello arrestando fra gli altri anche Floriano Garofalo, fratello di Lea, vero boss di Petilia Policastro dedito al controllo dell’attività malavitosa nel centro lombardo.
Passano gli anni e Floriano Garofalo, il 7 giugno del 2005, ben nove anni dopo l’arresto e dopo l’assoluzione al processo, in seguito ad una delle guerre per la supremazia del territorio, viene assassinato in un agguato a Petilia Policastro. Un vero colpo per gli affetti ed i sentimenti della giovane donna. Certezze e paure vengono meno. Cresce la condizione di dover cambiare.
Lea vive però già il dramma di una condizione che non le consente più di vivere in quell’ambiente che letteralmente la soffoca. Si rivolge alle istituzioni. Ma non tutto procede linearmente. Lea denuncia quel mondo del quale è essa stessa parte integrante. Si ritrova sola.
Già nel nel 2002 viene ammessa nel programma di protezione insieme alla figlia Denise avuta con la relazione con un mafioso, Carlo Cosco e viene trasferita a Campobasso.
Nelle sue dichiarazioni Lea aveva riferito dell’attività di spaccio di stupefacenti condotta dai fratelli Cosco grazie al benestare del boss Tommaso Ceraudo. Non solo Lea trova il coraggio e la forza di denunciare al Pubblico ministero gli assassini del fratello «L’ha ucciso Giuseppe Cosco (detto Totonno U lupu), mio cognato, nel cortile nostro», attribuendo così la colpa dell’omicidio al cognato, Giuseppe, detto Smith (dal nome di una marca di pistole) e all’ex convivente, Carlo Cosco. Particolareggiando tutto questo con la denuncia anche del movente.
Dubbi e paure per l’incolumità della figlia le creano incomprensioni e nuove solitudini. Viene fatta estromettere, nel 2006, dal programma, perché l’apporto dato non viene ritenuto significativo in quanto considerata ormai come una collaboratrice non attendibile.
Lea però non demorde, si rivolge allora, prima al TAR, che le da torto, e poi al Consiglio di Stato, che le da ragione. Nel dicembre del 2007 viene riammessa al programma, sempre come collaboratrice di giustizia e mai nel ruolo di testimone.
Nell’aprile del 2009, appena poco tempo prima della sua scomparsa, decide all’improvviso di rinunciare, volontariamente, a ogni tutela e di riallacciare i rapporti con Petilia Policastro rimanendo però a vivere a Campobasso per permettere alla figlia di terminare l’anno scolastico. Trova abitazione insieme all’ex compagno Carlo Cosco.
Una convivenza impossibile. Nel novembre dello stesso anno Cosco attira l’ex compagna a Milano, con la scusa di parlare del futuro della loro figlia Denise.
La sera del 24 novembre, approfittando di un momento in cui Lea rimane da sola senza Denise, Carlo la conduce in un appartamento dove ad c’è Vito Cosco detto “Sergio”.
È in quella trappola che Lea viene assassinata.
Il suo corpo verra’ portato in un quartiere di Monza, dove verrà poi dato alle fiamme, ripetutamente, per ben tre giorni, fino a portarlo alla completa distruzione. Lentamente la giustizia farà il suo corso ed il 18 dicembre 2014 si conclude il percorso per dare riconoscimento almeno alla sua memoria.
Le condanne della Corte d’Assise d’Appello di Milano vengono tutte confermate dalla Cassazione che le rende definitive, sono 4 ergastoli inflitti a per Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino; 25 anni di reclusione per Carmine Venturino e l’assoluzione per non aver commesso il fatto per Giuseppe Cosco.