DI STEFANIA DE MICHELE
STEFANIA DE MICHELE
L’Armageddon e l’intero libro dell’Apocalisse di Giovanni se li è già giocati Mario Monti, ex premier del governo dei tecnici e attuale senatore in quota Goldman Sachs. In vista della nuova Opa alla Costituzione, il pedagogo della paura ha però voltato la gabbana e – nonostante l’urlo di dolore dei mercati e delle più potenti banche d’affari – l’advisor Goldman-pentito ha deciso di mettere in difficoltà il fronte del no alla riforma costituzionale, confermando che Sì, anzi No, insomma al contrario rispetto a ciò che dicono i suoi padrini finanziari, la Magna Charta non s’ha da cambiare. C’è di mezzo lo scranno da senatore e poi, se vince il no, i tecnici all’esecutivo potrebbero anche tornare (previsioni del Wall Street Journal). Nel caso il 5 dicembre sancisca la vittoria dei paladini della Costituzione, gli scenari dipinti dalle lobby finanziarie sono poco meglio dell’ “al lupo al lupo”, gridato dall’omino di Munch in occasione di Brexit ed elezioni americane: come detto dal presidente Usa uscente, Barack Obama, il sole è sorto e sorgerà lo stesso. Il Financial Times invece prevede un’eclissi totale, forse basando la sua analisi su un parametro controverso: una sovrastimata coerenza dell’elettorato italiano che, difesa la Carta Fondamentale, bocciato l’establishment, non possa poi far altro che regalare il consenso ai giacobini 5 Stelle o ai reazionari della Lega. “Italia fuori dall’euro e alla mercé dei populismi”, scrive con un pizzico di qualunquismo anglosassone il condirettore del FT, Wolfgang Münchau, mentre Goldman Sachs gli fa eco, sostenendo che “il no ostacolerebbe gli sforzi per ricapitalizzare le banche italiane più deboli”. Voce fuori dal coro l’Economist perché – scrive il settimanale britannico – “armeggiare per due anni con la Costituzione” sarebbe stata una perdita di tempo a discapito delle vere priorità: giustizia e istruzione. Politicamente, un tonfo di Renzi – da tempo in tour per spingere le ragioni del sì al referendum – potrebbe significare il disimpegno del premier, esautorato dal voto che lui stesso ha sollecitato. Il percorso più probabile, e pure non scevro di pericoli, sarebbe un governo transitorio e transeunte, chiamato a chiudere la legge di stabilità e a ridefinire la legge elettorale entro la primavera del 2017. Posticipare oltre il ricorso alle urne minerebbe la leadership ancora forte di Matteo Renzi nel Partito Democratico. Una dilatazione balneare dei tempi porrebbe infatti il segretario Pd in grossa difficoltà dinanzi ai gruppi parlamentari, eletti nel 2013 sotto la gestione Bersani. Se vittoria di misura o schiacciante, è la variabile con cui si leggerà il voto: o come rigetto di una riforma non condivisa o come sconfitta personale del Renzi incarnato premier. Se la rimodulazione dell’Italicum dovesse poi stravolgere la legge in senso proporzionale, il danno vero sarebbe per il Movimento 5 Stelle, che dalla porcheria elettorale in cantiere – con la sconfitta del pd governativo e con solo qualche aggiustamento alle regole del gioco (capilista, ballottaggi e premio di maggioranza) – porterebbe a casa il risultato. Ma, se vincesse il sì, potremmo invece andare tutti sotto casa di Gianni Cuperlo e chiedergli ‘se possiamo stare sereni’. Nel patto sulla modifica dell’Italicum, firmato dal dem che vota sì allo stravolgimento della Costituzione, sta l’argine di marzapane all’Opa di Renzi alla democrazia
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