DI ANNA RITA NOCITI
Anna Rita Nociti
“Lasciami andare via, ti prego non farmi del male…”. Una donna indifesa, spaventata, le sue lacrime rigano il volto, rimane attonita davanti alla brutalità del suo uomo che la chiamava Amore. Forse quell’amore non è mai esistito perché lei era solo la sua proprietà. Lui, quell’uomo, è convinto che lei lo merita, essendo donna, essendo inferiore: la uccide. Sono oltre cento le donne in Italia che ogni anno sono uccise da uomini, fidanzati, compagni, mariti o ex ma anche padri e familiari. Ai femminicidi si aggiungono poi violenze che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di fare tante altre vittime. Quasi sette milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso, aggredite, picchiate, sfregiate per togliere loro l’identità. I numeri però non dicono quasi mai come stanno davvero le cose, ma, possono farci riflettere. E’ un problema che meriterebbe maggiore attenzione e impegno delle Istituzioni per esser opportunamente contrastato. Interventi volti alla prevenzione, al cambiamento delle condizioni sociali e culturali, alla cura e tutela delle donne maltrattate. Leggi più dure e pene più severe senza nessuno sconto. Con il termine violenza si fa riferimento a quella situazione nella quale uno dei due contendenti ha più potere e utilizza l’altro per imporre i propri interessi e le proprie scelte, in questo caso alla donna che ha accanto o che lo è stata, facendo così, inevitabilmente la danneggia. Prima di affrontare il femminicidio, atto estremo della fine di un amore, a mio parere, metterei in discussione la relazione di coppia. La relazione dovrebbe basarsi su uno scambio reciproco di attenzioni e amore, aiuto e comprensione, è normale che tra due persone si sviluppino alcune volte dinamiche conflittuali. Lo stesso conflitto può essere un elemento di maturazione e sviluppo all’interno della coppia, troppe volte invece, diventa dannoso e disgregante specie se frequente nel tempo. La vittima di solito la donna, anche se non mancano segnalazioni al maschile, è disorientata. Il perpetuarsi della violenza la induce a reputarsi colpevole, la relazione diventa non quella di coppia ma un legame, oserei dire, tossico, che reca dolore anziché gioia, che sottrae energie anziché crearle, che porta alla distruzione di tutto ciò in cui si credeva amore. Il maltrattante, chi si sente superiore, agisce in modo violento a un comportamento inadeguato della donna. Non dobbiamo però pensare alla violenza solo fisica ma anche, alla violenza psicologica e a gesti intimidatori, troppe volte preludio dell’omicidio. Gesti intimidatori che terrorizzano l’altra persona come spaccare oggetti o uccidere animali cui la vittima è affezionata per soccombere la sua anima e avvertirla del peggio. Non bisogna considerare la violenza psicologica, una violenza di serie B, un livido sul corpo è visibile, un livido nell’anima no e non si sa quanto sia profondo. L’umiliazione, l’offesa, il biasimo, il disprezzo, la restrizione, infonde sensi di colpa e vittimismo. La violenza psicologica è radicata nella propria percezione e che per altri potrebbe non essere tale, uno schiaffo è una violenza anche l’insulto lo è. I confini sono sfumati, ma questo non significa che la gravità è diversa, anzi secondo me, la consapevolezza di quanto sia meno decifrabile è più preoccupante. Come mai le donne non riescono a sottrarsi al partner maltrattante, come mai poche denunciano? La violenza psicologica è la fase iniziale, la donna comincia a perdere fiducia in sé e cerca di accontentare e placare il partner e lui a sua volta, rinforza il suo comportamento aggressivo. Nella seconda fase scoppia la violenza fisica, la vittima cerca ancora di più di accontentare le richieste del suo uomo sottomettendosi e subendo in silenzio sperando che cambi qualcosa. S’instaura una codipendenza nel senso che la donna cercherebbe una riabilitazione e il carnefice implora di restargli accanto, mostrandosi a sua volta, dipendente da lei. Una gratificazione per la vittima ma un pericolo crescente. La donna che trova la forza di reagire, di separarsi dall’Altro malato del suo Io egocentrico, firma una condanna, ma lo sarebbe stata pure rimanere accanto a lui. Un uomo violento rimane tale. Lui patologicamente dipendente, può non essere disposto a rinunciare, non accetta la sconfitta ed ecco scattare agiti persecutori ingravescenti e violenti con i risvolti più tragici. Non basta condannare la violenza maschile contro le donne e i femminicidi senza mettere in discussione l’impianto patriarcale, sessista e misogino del nostro sistema sociale. E’ la cultura che deve cambiare, l’insegnamento che si trasmette. Non è cosa da poco notare ad esempio che nel testo biblico stesso la donna è assimilata a una proprietà, alla stregua del campo, del bue, della pecora. La donna è assimilata ai mezzi di produzione, è solo perché tale che il maschio la preserva. Un ragionamento atavico che in molti uomini è ancora troppo sentito. Sono uomini che crescono nei giardini del potere, delle prevaricazioni che producono dei soggetti paranoici, i quali hanno sempre ragione e non possono non avere la padronanza della vita e della morte dell’altro, naturalmente la donna. Che cosa passa nella testa dell’uomo assassino? Io vedo un uomo debole, incapace di accettare una relazione finita perché è Lui che deve decidere se chiudere. Un uomo che vive nella gelosia che non va intesa nel senso comune del termine, ma è possesso. Si sente di essere un giudice e un gendarme, responsabile delle applicazioni delle leggi che lui stesso ha stabilito su come debba o non debba comportarsi la partner. La tua donna non ti lascia, non si nega ai rapporti sessuali, non esce da sola, deve stare al suo posto. Riflettiamo che fino a qualche decennio fa era considerato normale picchiare la moglie, poteva essere ripudiata se sterile o anche se non procreava figli maschi e il tradimento poteva essere punito anche con l’uccisione della donna stessa, la legge lo consentiva: Il Delitto d’onore. Il 25 novembre è la giornata dedicata al femminicidio. Fu scelta nel 1999 dall’Assemblea Generale dell’Onu come Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne. La Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne fu adottata senza voto con la risoluzione 48/104 del 20 dicembre 1993. Nella dichiarazione si riconosce l’urgente necessità dell’applicazione universale nei confronti delle donne dei principi e dei diritti in materia di uguaglianza, sicurezza, libertà, integrità, pari dignità di ogni essere umano. Una lunga battaglia quella che ha contraddistinto la lotta contro la discriminazione femminile. “La causa delle donne è la causa di tutta l’umanità”. La dichiarazione ufficiale dell’allora Segretario Generale dell’Onu Boutros Ghali rileva l’importanza di una battaglia che deve essere inquadrata nell’inderogabile missione delle Nazioni Unite, ossia promuovere la pace e i valori universali della convivenza civile. L’Art.1 della Dichiarazione descriveva come violenza contro le donne, qualsiasi azione che includesse minacce e danni di carattere fisico, psicologico, sessuale. L’Art.2 entrava nel merito elencando i vari contesti della violenza dalla famiglia alla società, alle tecniche stupro, abuso sessuale, sfruttamento, mutilazioni, all’intimidazione di natura psicologica come il mobbing, le torture, il traffico delle schiave. Un ulteriore passo nel condannare la violenza contro le donne è stato compiuto l’11 maggio 2011 con la firma della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e sulla lotta alla violenza contro le donne, meglio conosciuta come “Convenzione di Istanbul”. Un trattato che vuole prevenire la violenza punendo i colpevoli e proteggendo le vittime. Una convenzione firmata da 32 nazioni e ratificata da 15 stati tra cui l’Italia. Approvazione unanime della Camera dei Deputati il 19 giugno 2013 e 274 voti favorevoli e un astenuto al Senato della Repubblica. Un’iniziativa del Consiglio d’Europa partita nel 1990, proseguita con la raccomandazione del Comitato dei Ministri nel 2002, culminata nella storica firma di Istanbul. La Convenzione di Istanbul costituisce il primo strumento a livello internazionale che istituisce un quadro giuridicamente vincolante finalizzato alla difesa della donna da ogni forma di violenza. La violenza contro le donne è sancita come violazione dei diritti umani e reale forma di discriminazione. Un trattato che esprime per la prima volta una definizione di genere. Genere definito nell’assunto di ruolo, comportamento, attività socialmente definiti che la società ritiene appropriati per uomini e donne. Nel trattato si stabilisce la serie dei delitti che caratterizzano la violenza contro le donne, deve essere inserito nelle vigenti legislazioni che ancora presentano purtroppo palesi lacune normative in materia. L’elenco presenta: violenza psicologica (art. 33),stalking (art. 34),violenza fisica (art. 35),violenza sessuale (art. 36),matrimonio forzato (art. 37),mutilazioni genitali femminili (art. 38), aborto e sterilizzazione forzata (art. 39),molestie sessuali (art. 40). Una convenzione incentrata sulle quattro P: prevenzione, protezione delle vittime, perseguimento dei colpevoli, politiche integrate. Nel preambolo sono citate, per la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e i Trattati Internazionali in materia che si applicano in tempo di pace e in situazioni di conflitto armato. L’emancipazione della donna ha de-stabilizzato il mondo maschile. L’uomo non ha avviato una sua rivoluzione culturale per cui rimanendo rigido nel suo ruolo di marito, di padre ha visto vacillare la sua posizione e non è riuscito più a trovare all’interno dei suddetti ruoli le coordinate guida. Questo riguarda anche la donna la quale si trova nella difficoltà a barcamenarsi all’interno dei vari ruoli: casa, famiglia, figli, lavoro, impegno sociale. Una vita difficile da gestire che innescano nella donna stessa sensi di colpi e fragilità. Ecco perché ci sono donne che non denunciano gli abusi da parte del partner come se le violenze siano il giusto prezzo da pagare. L’uomo a sua volta vede il suo spazio invaso, cosa che antropologicamente era occupata solo dal genere maschile, si mostra la decadenza del limite. Scatta l’odio inconscio verso la partner. Fin quanto quel tipo d’uomo non riconosce la donna nella sua diversità, capacità e cambiamento non si apriranno mai le porte del dialogo e della comprensione. L’amore, quello vero deve fare in modo che l’Altra/o siano attratti dalla voglia di camminare insieme per realizzare i desideri di entrambi. William Shakespeare scrisse: “Per tutte le violenze consumate su di lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le sue ali che avete tarpato, per tutto questo: in piedi, signori, davanti ad una donna”.