DI MARISA CORAZZOL
MARISA CORAZZOL
Raramente, nella storia moderna e contemporanea, un rivoluzionario, nonché uomo di Stato avrà suscitato tante attenzioni come Fidel Castro. Alcuni lo hanno venerato prima di « incendiarlo » pubblicamente, altri, invece, se in un primo momento se ne sono tenuti a dovuta distanza, si sono poi avvicinati a quel personaggio fuori dal comune, perché Fidel Castro ad oggi resta un’icona inimitabile. Lo chiamavano « Fidel, il leader maximo » oppure il « Comandante ».
Il giovane Fidel, figlio di un ricco proprietario terriero, nasceva 90 anni fa a Biran, nella provincia di Holguin e, vista la sua posizione sociale, nulla avrebbe mai portato a credere che sarebbe diventato un futuro rivoluzionario. Fidel ha studiato dai Gesuiti e si è laureato nel 1950 in Giurisprudenza all’Università de La Avana. Ha militato in varie associazioni studentesche e durante le diverse manifestazioni di piazza della capitale non esitava a scontrarsi con le forze dell’ordine.
Lo stesso anno si presentava alle elezioni politiche con il Partito Ortodosso, una formazione politica che si diceva « incorruttibile » ed il cui capo, Chivas, si è suicidato mentre parlava in diretta alla radio. Un compagno di sempre di Fidel Castro, Alfredo Guevara, figlio di immigrati andalusi e leggendario ispiratore del cinema cubano, dirà di lui : « O è un redivivo José Marti (l’eroe dell’indipendenza), oppure sarà il peggiore dei gangster».
Il colpo di Stato del generale Fulgencio Batista rovescia il governo di Carlos Prio Socarras e annulla le elezioni. Il giovane Fidel Castro, allora, organizza l’attacco armato della caserma Moncada, il 26 luglio 1953. Attacco fallito. Ottanta combattenti vengono uccisi. Arrestato e condannato a 15 anni di reclusione, Fidel redige « La Storia di assolverà», una sua perora in cui spiega la sua azione proiettandosi sul futuro del suo Paese. Rimesso in libertà nel 1955, si esilia in Messico con il fratello Raoul e da lì organizza la resistenza contro Batista. Il suo gruppo porta il nome di « Movimento del 26 luglio». Diversi oppositori alla dittatura batista raggiungono Fidel. Fra loro, un giovane medico argentino, Ernesto Rafael Guevara de la Serna. Suo padre dirà qualche tempo dopo : « All’inizio, mio figlio il Che era più marxista di Fidel».
Fidel comunista? Fidel agente del KGB ? Fidel Castro, allora, si definiva un accanito avversario della dittatura, un seguace della filosofia politica di Thomas Jefferson, il principale autore della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti e aderiva, altresì, totalmente al progetto di Abraham Lincoln sulla cooperazione fra capitale e lavoro. Raoul e diversi suoi compagni erano, invece, molto più a sinistra di lui.
Il 2 dicembre 1956, Fidel organizza una spedizione con altri 82 compagni esiliati in Messico. A bordo di una barca, la « Granma », sbarcano nella Provincia Orientale – a sud est di Cuba, dopo una traversata molto pericolosa. Li attendono le guardie di Batista. Nel conflitto a fuoco muoiono 70 combattenti. Si salvano solo in 12, fra i quali, Ernesto Che Guevara, Raul Castro, Camilo Cienfuegos e Fidel stesso. Scappano e si rifugiano nella Sierra Maestra ed inizia da lì la “guerilla” con il sostegno della popolazione. Fidel Castro esce allora dall’ombra e cominciano a parlare di lui tutti i giornali nord-americani ed europei. Fidel rilascia interviste appassionate, si fa fotografare in tenuta da combattente e parla anche alla radio. A Washington, tuttavia, non suscita alcun particolare interesse, viste e considerate le azioni dell’impresentabile Batista. Ma successivamente al ritorno di Fidel a La Avana, il 9 gennaio 1959, si comincia ad osservare con particolare attenzione quel « piccolo borghese che verrà presto a sedere alla nostra “mensa”, come tutti gli altri», affermano al Dipartimento di Stato. Anche il vice-presidente Nixon, incaricato di riceverlo al fine di verificare se è un comunista, dirà ad Eisenhower : «E’ un grande ingenuo, ne faremo quel che vorremo». Fintanto che Fidel non interferisce con gli interessi americani, Washington non se ne preoccupa più di tanto, ma quando la rivoluzione comincia ad espropriare le industrie nord-americane, come la « United Fruit », le cose cambiano immediatamente e brutalmente.
Il primo attentato nel porto de La Avana, il 4 marzo 1960, suona come preludio ad una lunga serie di attentati terroristici: la nave cargo battente bandiera tricolore francese – la Coubre – che aveva caricato munizioni ad Amburgo esplode nel porto della capitale cubana provocando oltre cento morti, di cui sei militari francesi. Indignatosi per il vile attentato, il Generale De Gaulle dà allora l’ordine di accelerare con la consegna di locomotive ordinate alla Francia dai tempi del governo di Batista. Ma anche in quel caso, si sono verificate vari tentativi di sabotaggio, a tal punto che gli scaricatori del porto de Le Havre iniziano a sorvegliare H24 il materiale fino alla partenza delle navi.
Intanto a Miami si preparava un’operazione di grande effetto strategico : lo sbarco nella Baia dei Porci. Nel mese di aprile 1961, all’indomani dell’annuncio di Fidel Castro sull’orientamento socialista della rivoluzione, il governo degli Stati Uniti incarica la CIA di inquadrare 1400 esili cubani e dei mercenari latino-americani, sperando – invano – un sollevamento popolare. Fidel, in persona, dirige allora il contrattacco e il tentativo di invasione finisce in “fiasco”. Gli Stati Uniti, sconfitti, firmano quindi la loro “dichiarazione di guerra alla rivoluzione cubana”. Per anni hanno fatto uso di una grande panoplia terroristica per cercare di assassinare Fidel, arrivando perfino ad avvelenare le mute che lo stesso Fidel indossava per le sue immersioni in mare. Finanzieranno e manipoleranno gli oppositori, distruggeranno le fabbriche cubane, introdurranno la peste porcina e dei virus che colpivano le piantagioni di tabacco e la canna da zucchero. Organizzeranno l’asfissia economica dell’isola nel decretare un embargo, definito dalla popolazione cubana « El Caballo » (il cavallo) e che sarebbe poi durato 50 lunghi anni. Ma Fidel Castro è sopravvissuto ad Eisenhower, a Kennedy, a Johnson, a Nixon, a Reagan, a Ford ed ha assistito al pensionamento di Carter, di Bush padre e di Bill Clinton. Di George Bush Jr, Fidel disse : « quello là finirà molto male.»
Tanti lunghi anni di aggressioni, di umiliazioni e di colpi bassi e loschi e altrettanti anni di resistenza di un piccolo Paese di 12 milioni di abitanti contro la prima potenza economica e militare mondiale. Chi l’avrebbe mai potuto fare ? Allora, quando si denuncia la mancanza di libertà a Cuba, non sarebbe meglio porsi la domanda : « un Paese perseguitato, in guerra permanente, sarebbe il miglior terreno su cui piantare e far crescere la democrazia come la concepiamo noi occidentali e che, come fece George Bush, alcuni desidererebbero inculcare “meccanicamente” in altre aree del globo terrestre, in particolare in quel che chiamiamo « terzo mondo » ? Quando al calduccio dei salotti si giudica e si condanna Fidel Castro, si sa almeno di che cosa si parla ?
La crisi dei missili? Quando l’URSS diretta da Nikita Khrouchtchev decise, nel 1962, di installare a Cuba dei missili al fine – ufficialmente – di dissuadere gli Stati Uniti di aggredire l’isola, la « patria del socialismo » risponde ad una domanda di Raul Castro incaricato da Fidel. La direzione sovietica fornisce già a Cuba il petrolio che gli nega il suo prossimo vicino e mette due ferri sul fuoco: dissuadere gli Stati Uniti dall’intento di aggredire Cuba ed inviare un chiaro avvertimento a Washington :« Siamo a prossimità delle vostre coste». La tensione è tale, allora, che un grave conflitto mondiale viene evitato sul filo del rasoio. Ritirati i missili sovietici, Fidel rimprovererà al reppresentante dell’URSS presso l’ONU di non aver riconosciuto la realtà dei fatti. « Bisognava dire la verità», diceva. Fu costretto a piegarsi alla decisione finale di Mosca, anche se nelle piazze de La Avana dei manifestanti urlavano a Khrouchtchev : « Nikita, quel che si dà non si riprende. »
Fra Mosca e La Avana, tuttavia e malgrado le apparenze, le relazioni sono sempre state molto conflittuali e non solo perché dei “ dirigenti sovietici ignoranti facevano consegnare a Cuba degli spazzaneve al posto dei trattori che si aspettavano”. I sovietici non vedevano, infatti, di buon occhio il ruolo sempre più incisivo di Fidel Castro nel movimento dei non allineati, né apprezzavano il coinvolgimento sempre più attivo dei cubani nei movimenti rivoluzionari latino-americani ed ancor meno il loro sostegno ai Paesi Africani. Non gradivano nemmeno la feroce volontà di indipendenza e di sovranità de La Avana e pertanto, si sono compromessi in diversi tentativi detti « frazionali » che si appoggiavano su dei millantati « comunisti puri e duri », ma che erano, nei fatti, delle marionette di Mosca usati per tentare di destabilizzare Fidel. Finita l’URSS, i nuovi dirigenti russi hanno praticato lo stesso cinismo, abbandonando l’isola, sospendendo dalla sera alla mattina la consegna di petrolio e strappando tutti i contratti commerciali con Cuba.
Quale altro Paese avrebbe potuto sopportare la perdita, in qualche settimana, dell’ 85% del suo commercio con l’estero e dell’80% del suo potere d’acquisto ? La Spagna, antica potenza coloniale, ha lasciato a Cuba la sua cultura storica e perfino la sua arte culinaria, come il mix di formaggio e marmellata. Ma la Russia? Nulla, nemmeno il nome di una ricetta o di un cocktail.
L’esportazione della rivoluzione ? Fidel non ha mai usato il termine « esportazione ». Ernesto Che Guevara,nemmeno. Preferivano parlare di solidarietà con chiunque si ribellasse contro i regimi dittatoriali: tutti creature dei governi nord-americani. Dobbiamo quindi condannare oppure dobbiamo ringraziare Fidel anche per aver accolto i rifugiati che fuggivano le dittature del Cile e dell’Argentina, di Haiti e della Bolivia, e, anni dopo, per aver aperto la porta – curandoli – ai bambini contaminati dalle radiazioni di Tchernobyl ? Dobbiamo metterlo alla gogna, oppure ringraziarlo per aver sostenuto le insurrezioni armate in Nicaragua, in Salvador e di aver salvato, di fronte all’indifferenza dei dirigenti sovietici, l’Angola, appena indipendente, ma circondata dai mercenari bianchi sud-africani , messi in fuga dalla potenza di fuoco e dal coraggio dei soldati cubani, neri per la maggior parte di loro? Nella memoria di milioni di uomini e di donne dell’America latina e del terzo mondo, Fidel Castro e il Che sono e resteranno degli eroi dei tempi moderni.
Le libertà di espressione ? Fidel, un tiranno sanguinario? Ci fu a Cuba l’espulsione del prelato spagnolo che la domenica pregava alla gloria di Francisco Franco. Complice di Batista, la chiesa cattolica cubana era la più debole dimora dell’America latina, mentre la « santeria »: sopravvivenza delle credenze popolari delle divinità degli schiavi africani era il culto su cui si è sovrapposta la religione cattolica e accoglieva un gran numero di neri cubani. Le relazioni con la Chiesa cattolica sono state, certamente, sempre molto complesse durante tutti questi lunghi anni rivoluzionari e ciò, fino alla visita di Giovanni Paolo II nel 1988, annunciata troppo rapidamente come « l’estrema unzione » della rivoluzione. Ma i vescovi ed i preti non furono mai assassinati a Cuba, bensì in Brasile, in Argentina, in Salvador, in Messico ed in Guatemala. Sotto il regime castrista fuggì da Cuba la grande borghesia, fuggirono degli alti ufficiali, dei membri delle forze dell’ordine che formarono, sin da subito, l’ossatura della contro rivoluzione, inquadrata e finanziata dalla CIA. Partirono, in seguito, uomini e donne che non sopportavano più tutte le restrizioni materiali derivate dall’embargo. Ci fu l’insopportabile marginalizzazione degli omosessuali, ci furono migliaia di “balseros”che credettero di trovare a Miami la loro terra promessa. Ci fu la fredda esecuzione del generale Ochoa, stranamente caduto nel traffico di droga. Ci furono quelli che rifiutarono “il pensiero unico” del “partito unico”, ci fu la censura imposta dalla Rivoluzione come « un atto di guerra in periodo di guerra» e gli irritanti controlli polizieschi. Ma quanto è difficile vivere con il razionamento e gli eccessi detti « rivoluzionari »? Ci furono degli eccessi? Certamente.
Quelli che si ostinano ancora a non vedere quella realtà di « goulag tropicale » sarebbero alquanto privi di obiettività, perché quella rivoluzione – come tutte le altre nella Storia – ha commesso molti errori, ha peccato anche di stupidità, ha commesso pure dei crimini, ma come si sarebbero potute evitare le tante derive autoritarie in un tale contesto di costante ed estrema tensione?
A Cuba, tuttavia, la tortura non è mai esistita sotto il regime di Fidel Castro, come lo riconosce anche Amnesty international. Si tagliavano le mani ai poeti a Santiago del Cile, non a La Avana. I prigionieri venivano lanciati in mare dagli elicotteri in Argentina, non a Cuba. Non ci sono mai stati decine di migliaia di prigionieri politici nell’Isola caraibica, ma un numero assai importante ha anche subito violenze certamente inammissibili.
Ecco, quindi, un Paese del Terzo mondo in cui la speranza di vita è di 75 anni, in cui tutti i bambini vanno a scuola e sono curati gratuitamente. Un piccolo Paese nelle sue dimensioni geografiche, ma che accoglie e sforna degli universitari di grande talento, dei medici e dei ricercatori fra i migliori al mondo, degli sportivi che fanno incetta di medaglie d’oro, degli artisti, dei creatori. Dove, in quell’area, in quella regione del mondo, possiamo presentare un tale bilancio di successo in materia sociale, in sanità pubblica, in istruzione e cultura?
Fidel Castro avrà visto tutto : la prigione, la guerriglia, l’entusiasmo rivoluzionario, l’abbandono dell’ URSS, una situazione economica catastrofica durante il « periodo speciale », gli effetti nefasti della globalizzazione che hanno fatto esplodere il lavoro in nero. Avrà – difficilmente – accettato di adattarsi al turismo di massa che ha mostrato il potere del denaro e che ha inciso fortemente sulla popolazione al diretto contatto dei “visi pallidi” alla ricerca di sole, di mojito, di ragazze e di ragazzi. Come non capire i giovani cubani, attratti dal dollaro e che guardano con invidia i ricchi turisti venuti dall’estero? Avrà, infine, Fidel, mal vissuto il ritorno della prostituzione anche se in qualsiasi sottoborgo latino-americano si trovano più prostitute che nella quinta “avenue” de La Avana.
E domani?
Morto Fidel, la rivoluzione si spegnerà con lui? A Cuba non succederà quel che è successo in Europa dell’Est poiché la sete d’indipendenza e di sovranità non è certamente finita. Gli avversari di quella rivoluzione non dovrebbero scambiare, pertanto, i loro desideri per realtà. In quell’ Isola vivono milioni di donne e di uomini – anche nell’opposizione – pronti a riprendere le armi per difendere la loro patria. Fidel aveva avvertito i suoi avversari, nel dichiarare: « Noi non commetteremo l’errore di non armare il nostro popolo.» Il ricordo della colonizzazione, malgrado gli anni, rimane vivo nello spirito dei cubani. I progressi sociali, malgrado le difficoltà del quotidiano vivere, costituiscono ormai la costola dei diritti acquisiti. E c’è di più: la rivoluzione ha partorito una nuova generazione di uomini e di donne che rifiutano il ritorno al passato. Sono dei giovani quadri, fra i 30 e 40 anni, molto performanti nelle loro attività professionali e sono anche dei giovani dirigenti nazionali dal talento ormai confermato. Si aprirà, pertanto, una nuova era e disporrà di vantaggi che Fidel non aveva. L’America latina, antico cortile degli Stati Uniti, sceglie il cammino progressista e di sviluppo, l’integrazione regionale è quindi in marcia, il prestigio della rivoluzione cubana dimora intatto in tutti i popoli latino-americani.
Cuba, ora, può respirare. Non si verificherà alcuna frattura, ma ci sarà una evoluzione. Perché si realizzi, però, bisognerà che i vecchi comandanti della rivoluzione cubana svestano le loro uniformi militari verde oliva, vadano in pensione a passino il testimone, poiché gli atlanti del futuro, sempre più meticciati, sono pronti e lo saranno senz’altro anche i “figli” di Fidel Castro.
La Storia ricorderà Fidel Castro come uno dei giganti politici del XX secolo. La « fauna » anti castrista appare pertanto molto piccola e al limite del ridicolo in confronto a questo « colosso ». Perché Fidel è entrato nella Storia da vivo Perché la sua lotta ha permesso la nascita di una nuova America latina e oggi l’America latina, con la sua dipartita, perde un liberatore, un referente, una leggenda.
foto di Maryse Claire Corazzol.
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