DI SILVESTRO MONTANARO

SILVESTRO MONTANARO

Il verbo avere, che maledizione!
Dovrebbe essere insegnato fin da piccoli che non si può avere ciò che è bene comune. E,peggio ancora, non si può avere e possedere un altro essere umano. Dovremmo apprendere da subito che è vergogna massima che in pochi si possegga più di quello che hanno tutti gli altri. Non si può possedere l’ambiente e la natura, ciò che è vita per tutti, come l’acqua, il cibo, la salute, la scienza.
Tantomeno, poi, è possibile avere un altro essere umano. Possedere un essere umano dovrebbe essere ritenuto un abominio. Il principio di ogni orrore, come la storia più volte ci ha mostrato in pagine sanguinose e dolorosissime che ancora si scrivono. Ogni giorno. Sulla pelle di tanti, troppi. Sull’anima e il corpo di tante, troppe.
L’immaginario degli uomini, ad ogni latitudine, sotto ogni cielo e credo, si coniuga, purtroppo, con il verbo avere. Il possesso delle cose e degli altri è ambizione massima. Un uomo vero ha, possiede. Pretende e, peggio ancora, chiama questo sogno malato diritto, addirittura amore.
Io uomo ho diritto a pretendere il possesso delle cose di questo mondo, mi batto per esso. Io uomo ho il diritto a possedere altri esseri umani, ad asservirli. Io uomo ho diritto alla mia quota di donne. Alle loro anime ed ai loro corpi. E lo chiamo amore. Qualsiasi negazione a questa mia pretesa la considero un atto di guerra. E muovo guerra per affermarla. Sono in guerra in nome dell’amore, che per me è il mio diritto ad avere, totalmente, una donna, le donne.
Una donna che non mi vuole è una nemica. Una donna che vuol lasciarmi, qualsiasi siano le sue ragioni, è una nemica. Ed ai nemici si fa guerra. I nemici si sconfiggono. Si feriscono. Si umiliano. Si uccidono.
L’amore degli uomini è ancor oggi coniugato con la maledizione dell’avere, del possedere. E questa coniugazione orribile è l’antitesi dell’amore.
L’amore illumina, dona, rispetta, sorride dell’altro e delle sue gioie, del suo vivere, crescere ed esprimersi. L’amore è libertà, condivisione, cammino comune di soggetti che liberamente percorrono insieme i viali impervi della vita. E’ l’antitesi perfetta del possesso. Fa volare, non costruisce gabbie e sa che anche quelle più dorate restano solo squallide prigioni.
In nome di questa squallida contraffazione dell’amore, di questo sentimento bruto, di questa aspirazione omicida al possesso delle donne abbiamo lastricato di dolore immenso la vicenda del genere umano. Abbiamo trasformato l’universo femminile in preda, bottino, premio. Ed abbiamo ucciso ed offeso mortalmente l’amore. Quello vero. Abbiamo consacrato, con le nostre stupide e violente pretese, la nostra condanna ad un’infinita solitudine. Finchè vorremo avere, saremo soli. Terribilmente e maledettamente soli. Il tempo degli uomini, ancora questo tempo, è quello della solitudine più estrema e dolorosa.
Gli uomini che vogliono avere, possedere, le donne oltre che meschini, sono soli. E rendono dolorosamente incolore, di un grigio insopportabile, i cieli della loro e dell’altrui vita.
Le orde di uomini, folle crescenti, che affollano i paradisi sessuali del mondo più povero calpestano la dignità ed i corpi di milioni di giovani donne. Fanno strage di vite. Anche delle loro.
Gli uomini che collezionano donne come figurine di un album di calciatori di cui vantarsi con gli amici sono tristissimi oltre che infantilmente violenti.
Gli uomini che picchiano ed uccidono per il loro diritto di possedere una donna si sono privati, per le loro paure-il desiderio di possesso è figlio della paura- per sempre della possibilità di amare.
La più terribile delle amputazioni. Il più triste dei destini.
Io, amore mio, non voglio averti. Voglio, se vuoi, fino a quando lo vorrai, fino a quando lo vorremo, camminare al tuo fianco ed averti accanto. E lo considero un gran dono. Il più gran dono della vita. ti prego insegnami a volare e a non essere più solo.

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