DI LUCIO GIORDANO

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D’accordo, era un regime quello di Fidel Castro. Però pensateci: non sono regimi peggiori quelli imposti dal liberismo, dall’avidità delle multinazionali, che hanno attecchito in molte democrazie apparenti? Non è un regime quello che  ti obbliga a sottoscrivere un’assicurazione  per curarti, altrimenti muori,  o ti costringe ad indebitarti pesantemente per l’istruzione privata, quando il diritto alla casa, allo studio, alla salute e al lavoro dovrebbero essere la norma ovvia, scontata del vivere civile?

Ecco, e allora, qual è secondo voi il regime più feroce:  quello della Cuba di Fidel Castro o quello instaurato in  molti Paesi occidentali? Io non avrei dubbi. Non fosse altro che a Cuba l’istruzione è garantita a tutti e il tasso di analfabetismo, intorno al 2 per cento, è tra i più bassi al mondo e, in un Paese in cui mancano le medicine più comuni, se  stai rischiando la vita vieni ricoverato gratuitamente e ti trovi tra le mani una classe medica tra le più preparate al mondo. Per non parlare del lavoro. Il tasso di disoccupazione a Cuba è dell’1, 7 per cento. Certo, sono impieghi statali, pagati poco ma niente a che vedere con la situazione della vicina Haiti, uno degli Stati più poveri del continente americano,  dove un abitante su 5 è senza lavoro. Traete voi le conclusioni.

Attenzione, non sto difendendo un regime. Qualsiasi libertà negata deve essere stigmatizzata. Qualsiasi dittatura  fa venire l’orticaria. Meglio, assolutamente meglio la democrazia. Reale, vera. Ma con una pistola alla tempia e dovendo scegliere a tutti i costi senza alternative, tra la dittatura comunista e quella capitalista, presente in tante nazioni falsamente democratiche, ad iniziare dagli Stati Uniti, non avrei dubbi. Scelgo Cuba. Scelgo Cuba pur con tutte le sue contraddizioni e la povertà endemica.

Per una volta,  in attesa  di un viaggio a Cuba prima che magari tutto cambi con la politica muscolare di Trump, mi fido dei racconti dei miei più cari amici che hanno visitato L’Avana, capitale decadente dell’isola caraibica. Carissimi amici, onesti ed equilibrati. Loro ci sono stati, chi negli anni 80, chi pochi anni fa e, vi assicuro, non sono dei nostalgici comunisti o dei cinici stalinisti.  Nessuno di loro lo è. Ebbene, le parole che ricorrevano di più nel descrivere Cuba erano dignità, sorriso, istruzione, cultura, onestà, bellezza.

Certo, non si diventa miliardari da quelle parti, e arrivare alla fine del mese, nonostante le timide aperture al liberto mercato, non è facile. Ma in fondo, pensateci: ormai è difficile arrivarci anche alle nostre latitudini. Solo che l’istruzione in occidente è riservata alle elites, il sorriso è di pochi e tutti gli altri trascinano stancamente, come automi, la propria esistenza: ad iniziare dagli Stati Uniti dove la percentuale di homeless è altissima e il sogno americano si è ormai trasformato in un incubo. Ognuno, nel mondo occidentale, è vittima di un sistema prossimo alla fine, il capitalismo, che ferito a morte, non si rassegna a lasciare il passo ad una concezione  più umana della vita, capace di abbattere le vergognose disuguaglianze sociali.

Un sogno. Questa è stata la rivoluzione cubana di Fidel Castro, di questo figlio di  proprietari terrieri, che si schierò ventenne dalla parte dei più deboli per abbattere il regime sanguinario, quello si, di Fulgencio Batista. Provate allora  a chiedere ad un anziano del posto, cos’era Cuba con la dittatura mafiosa e  filo americana di Batista e cos’è stata dopo. Quali le differenze, quali i progressi sociali. Il Lider Maximo almeno non ha mai puntato al culto della personalità,  non si è mai arricchito con le nazionalizzazioni operate nella sua incantevole isola e questo nonostante i goffi tentativi del settimanale Forbes di screditarlo a più riprese. Castro ha sempre risposto a testa alta, fino a quando gli stessi giornalisti americani dovettero ammettere che no, non era vero, almeno fino a qualche anno fa non c’erano fortune nascoste nella famiglia del Lider Maximo. Lui tra l’altro ha avuto il coraggio di ammettere  alcuni errori, come la persecuzione nei confronti della comunità omosessuale dell’isola. Altri non lo avrebbero fatto.

Quanto al pugno duro contro i dissidenti. E’ vero, evidentemente c’è stato: era  però una forma di difesa portata allo stremo per preservare l’ideologia comunista , giusta o sbagliata che fosse, dalla violenza americana, che non tollerava di perdere il controllo politico ed economico nel giardino della loro casa. Il fallimentare  tentativo dello sbarco  nella Baia dei Porci, del 17 aprile 1961, i numerosi attentati alla figura stessa di Castro ( c’è chi li ha contati, sono 638) danno l’idea di come la prepotenza americana non accettasse di avere un intruso nell’isola di fronte alla loro Florida. E poi. provate voi  a vivere serenamente in un Paese  da mezzo secolo sotto il feroce embargo economico, ordinato dagli Stati Uniti. Mi saprete dire.

Eppure, nonostante tutto questo, il lider maximo ha tenuto duro per  oltre cinquant’anni. Adesso, se un popolo è davvero esausto e pronto a ribellarsi, vuoi che in 50 anni non riesca un colpo di stato anche piccolo piccolo, capace di  distruggere o quantomeno indebolire un regime? Non è riuscito, invece, e un perchè ci sarà. I cubani devono aver soppesato i pro e i contro. E si sono dati una risposta. Pur nella povertà diffusa a l’Avana  si vive, mentre in altre parti del pianeta si soffre e basta. Il sistema cubano, il tentativo di rendere organico il comunismo, a l’Avana è insomma riuscito. Non bene, ma è riuscito. E pensate cosa sarebbe capitato se l’organizzazione sociale cubama fosse stata esportata  in altri Paesi e non solo in alcune nazioni latino-americane. Multinazionali fallite, oligarchia in ginocchio. E finalmente uguaglianza sociale.

Non tutte rose e fiori, per carità, ma i pregiudizi verso la Cuba castrista fanno capire che il rischio per il capitalismo è stato enorme  . Fidel ha resistito. Ha resistito fino alla fine, anche quando dieci anni fa ha passato il testimone per motivi di salute al fratello Raul. Anche Obama gli ha reso visita,  gli ha reso gli onori che si devono ad un lider maximo. Anche Papa Giovanni Paolo II, anche Papa Francesco sono andati a L’Avana. Segno che quella concezione di società, pur con tutti i limiti di una libertà latitante, meritava quantomeno rispetto.

Quel rispetto che la destra reazionaria protetta dalle banche e dalla finanza internazionale, incarnata ora  da Donald Trump, ha già dimostrato di non avere. Poche ore dopo la notizia della morte di Castro, il nuovo Presidente americano ha fatto una dichiarazione che lascia attoniti per disumanità e cinismo politico. “Fidel Castro è morto!”. Con il punto esclamativo.  E ancora: “Oggi il mondo segna la scomparsa di un dittatore brutale che ha oppresso il suo popolo per quasi sei decenni. Mi auguro che il popolo cubano  possa finalmente cominciare il suo cammino verso la prosperità e la libertà””. Parole inquietanti che lasciano capire quali siano le intenzioni  reali di Trump.

Le multinazionali hanno già iniziato a far di conto e pregustano un’isola pieni di albergoni a 5 stelle, bibite gassatissime ad ogni via, americani con pantaloncini a fiori pronti a ciabattare in ogni angolo dell’isola e mignotte e casinò disponibili  a regalar loro una settimana di ferie All inclusive. Insomma, un’altra squallida Las Vegas ma con il mare dei caraibi. Fosse capitato vent’anni fa , quando il capitalismo sembrava essere ancora un sistema vincente, e non  come ora ad un passo dalla fine, sarebbe andata così.  Statene certi. Adesso invece c’è la concreta possibilità che il popolo cubano riesca  a resistere alle lusinghe, a capire a quale inganno andrebbe incontro. A conti fatti, dunque: Fidel è morto. Viva Fidel.  Hasta la victoria, lider Maximo.