DI SILVIA GIROTTI
SILVIA GIROTTI
Muore all’età di 83 anni, presumibilmente suicida, il fotografo David Hamilton, passato alla storia per aver ritratto senza veli i corpi di giovanissime modelle.
Stando a fonti vicine alle indagini, si sarebbe tolto la vita con un’overdose di farmaci. A dare l’allarme giovedì scorso, un vicino di casa, nel 6° arrondissement di Parigi. Quando sono entrati i Vigili del Fuoco hanno trovato “una persona in arresto cardio-respiratorio”, con accanto una confezione di medicinali. La notizia è stata diffusa però solo venerdì sera.
La sua carriera inizia all’età di 30 anni. È il 1969 quando incontra per la prima volta la macchina fotografica. A portarlo a lei è “Suzanne” la poesia in musica di Leonard Cohen che lo aveva così intensamente colpito al punto di tirar fuori il suo viscerale impeto artistico.
A fare il resto è la sua musa ispiratrice: Lolita, il personaggio partorito dalla mente di Vladimir Nabokov.
È la rivista tedesca TWEN, a pubblicare il suo primo lavoro: “le fotografie di Suzanne”, appunto.
In esse tutte le qualità proprie della sua sensibilità artistica, fuse in una dicotomia che si fa armonica in quel complesso di luce sfumata e incerta nelle tonalità crepuscolari, di intima penombra, di riservato pudore e di totale abbandono da parte della “fanciulla adolescente”.
Il simbolo perfetto della bellezza allo stato puro, non ancora contaminata dal mondo adulto – che è di per sé un’opera d’arte – è catturata in immagini dal retrogusto morboso, in cui ogni atteggiamento perde di spontaneità.
Nessuna generica modella per le sue foto. Hamilton le cerca “innocenti e pudiche senza alcun turbamento per la loro nudità”. Vuole che non sappiano né truccarsi né tanto meno posare e che abbiano “una maniera assolutamente naturale di correre, di stirarsi o di accavallare le gambe”.
Hamilton curava la preparazione di ogni foto, occupandosi dell’aspetto psicologico di ciascuna ragazza, affinché si raggiungesse un’atmosfera di fiducioso abbandono.Come a Saint Tropez, località profondamente amata dall’artista per la luce propria del sole a quella latitudine, le spiagge incantevoli, i colori.
“Le lunghe colazioni sulla spiaggia, la vita in comune nella casa di Ramatuelle semplificano molte difficoltà; sentendosi protette, le fanciulle si abbandonano al fotografo, che si limita a cogliere i loro atteggiamenti naturali…”.
Nessun filtro o manipolazione nelle sue opere. L’unica abilità tecnica è data dal senso della luce, unito al gusto della composizione.
“Non c’è alcun segreto….solo la bellezza, l’innocenza, la fragilità”.
A partire dagli anni ’70, le sue modelle divengono vere icone dell’erotismo. Nella percezione collettiva, è questo l’aspetto che prevale.
Sono opere d’arte le sue, desiderose di indagare l’intimo pensiero di bambine in corpi già adulti, seppur ancora acerbi, in un gioco di esotica trasgressione, sottile, al limite dell’inverecondia.
Un viaggio sul filo del confine fra arte e pornografia, costato tantissime polemiche.
Era finito in una bufera mediatica quando Flavie Flament, una celebre presentatrice della tv francese, nella sua autobiografia, “La Consolation”, ha raccontato di essere stata violentata all’età di 13 anni da un celebre fotografo, pur non svelandone il nome.
Soltanto la scorsa settimana ha detto che si trattava di Hamilton. Il settimanale Nouvel Observateur ha raccolto allora la testimonianza di altre due donne che accusavano il fotografo di averle violentate negli anni Ottanta. “Sono innocente — aveva controbattuto martedì scorso —. L’istigatrice di questo linciaggio mediatico cerca il suo ultimo quarto d’ora di gloria. Sporgerò denuncia per diffamazione”.
Non ha avuto il tempo di farlo, soffocando nel suo gesto, la verità sul caso.
Flavie Flament, si è detta “devastata” dalla notizia.
“Naturalmente ci sentiamo sconvolti e, allo stesso tempo, veramente disgustati che non ci sia stato abbastanza tempo affinché la giustizia facesse il suo corso”, ha scritto l’editore Karina Hocine, in un comunicato.
Hamilton era un artista controverso, ma a suo modo ha indagato la bellezza, affidandone alle immagini la narrazione. Una commistione di sacro e profano che si sofferma su quel preciso punto sfumato in cui si situa la fragilità umana.
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