DI NICOLETTA GRIFONI

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E’ stata una delle figure mitiche dei miei anni. Il compagno comandante su cui si rifletteva la bellezza degli ideali del giovane rivoluzionario Che Guevara. Ne parlavo non molto tempo fa con una mia amica cubana, di colore. Gli anni hanno tolto smalto ai sogni e piano piano svelato tutti i volti della rivoluzione. E poi il Che è morto e se ne sono lette tante anche su questo. Le chiedevo che ne pensavano oggi, i cubani di questo vecchio Fidel che non voleva morire, irraggiungibile nella sua malattia eppure ancora così presente e ostacolante. Mi ha dato una risposta che oggi mi solleva da ogni giudizio. ” Non si può giudicare Fidel con la mente di un bianco- mi ha detto. Mio nonno è morto di una malattia banale. Sotto Batista i neri cubani non avevano accesso ad alcuna cura, nè potevano istruirsi, nè avevano altro che una capanna con un pavimento di terra. Si nasceva si moriva sfruttati e ignorati. Fidel ha cambiato tutto questo. Per i miei genitori e i miei nonni Castro è come un dio: è stato capace di cambiare totalmente la loro vita. Certo, per i bianchi che magari vivevano meglio prima, le cose sono andate diversamente. Comunque i giovani-mi ha detto- non ne possono più. Quando svanisce il ricordo delle sofferenze e del dolore di chi ci ha preceduto è ora di cambiare. ma è quello che lui ha fatto per i neri e i poveri cubani che ci consente di desiderare il cambiamento.” Mi resta il ricordo di aver sognato e di aver creduto, immagini, fotogrammi di tempi non troppo lontani e ormai non più vicini. Eravamo tutti giovani e come sempre chi giovane muore come il Che, si sottrae alla corruzione del tempo e del potere. Panta rei.

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