DI PAOLO DI MIZIO
Paolo Di Mizio
In questo filmato del 1953 l’egiziano Nasser (Gamal al Nasser) – a quell’epoca ancora Ministro degli Interni, in seguito capo del governo – fa ridere la folla raccontando che il leader dei “Fratelli musulmani”, in cambio di un eventuale appoggio politico al governo, gli aveva chiesto una legge. Che tipo di legge? Ebbene, un divieto alle donne di andare fuori casa senza indossare il velo sui capelli. La folla ride, applaude divertita dalla stupidità e ridicolaggine di tale richiesta.
Un anno più tardi, ottobre 1954, Nasser già divenuto capo del governo fu bersaglio di un attentato alla sua vita ordito dai “Fratelli musulmani”. Si salvò e spazzò via l’associazione dei “Fratelli musulmani”.
Erano tempi meravigliosi quelli in cui anche i Paesi islamici viaggiavano sull’onda della laicità e della divisione tra Stato e religione, una conquista che in Europa era figlia della Rivoluzione francese. Purtroppo quella primavera della democrazia e dell’illuminismo è morta da molto tempo. Stava morendo già nel 1984.
Quell’anno accompagnai l’allora Presidente della Repubblica Pertini in una visita di Stato in Egitto. Il Presidente egiziano era Mubarak. Ebbene, in quei giorni al Cairo scambiai lunghe conversazioni con una signora egiziana, che lavorava come interprete per l’Ambasciata italiana. Era una donna intelligente e di raffinata cultura. Si era laureata in Italia.
Tra le altre cose, mi disse che temeva fortemente un ritorno della religione nella politica e nello Stato. Mi disse che in Egitto stavano avvenendo cose che la preoccupavano molto. Le chiesi quali cose. Allora, indicandomi due ragazze che in quel momento passavano sulla strada davanti a noi, che eravamo seduti al tavolo di una caffetteria, mi disse: “Vede quelle due ragazze? Avranno sì e no vent’anni. Indossano la tunica fino ai piedi e il velo sui capelli. Fino a qualche tempo fa lei non avrebbe mai visto due ragazze vestite a quel modo, qui al Cairo. Le avrebbe viste forse in qualche cittadina rurale, nelle campagne. Ma non qui nella metropoli. Qui indossavano tutte la minigonna e andavano a capo scoperto”.
Le chiesi cosa significasse, secondo lei. Mi disse che c’era un fermento oscurantista nella società; che serpeggiavano idee di vecchio stampo islamico; che erano risorti i “Fratelli musulmani” ed erano nati altri movimenti ispirati all’islam e contrari alla società laica. Mi disse che la gente stava abbandonando la speranza di un mondo più giusto e più libero, e che la gente e si stava ripiegando sui vecchi valori religiosi, quelli più oscurantisti e nemici della modernità. Concluse dicendo: “Brutto segno, brutto segno. Ho grandi timori per il futuro”.
Aveva visto giusto. Da allora abbiamo assistito, non solo in Egitto ma in tutto il mondo islamico, alla scomparsa dei movimenti laici e laicisti e al ritorno di un islam retrogrado, conservatore, chiuso a ogni istanza che non fosse di tipo religioso: un islam, diremmo noi con una parola, medievale.
La laicizzazione delle “masse arabe”, fenomeno di cui Nasser fu un grande fautore, aveva dato vita tra l’altro al movimento di Al Fatah tra i Palestinesi e alla nascita in molti altri Paesi arabi del partito Baath, di ispirazione socialista e laica.
Ma nel tempo anche i leader arabi di conclamata fede atea e socialista si sono dovuti piegare al regresso sociale e al ritorno della religione come motore della politica. Yasser Arafat, che si era laureato in ingegneria a Mosca ed era socialista, intriso di ideologia marxista e indubbiamente ateo, negli ultimi anni della sua vita, per governare ciò che rimaneva del suo movimento e del suo poplo, dovette fare molte concessioni ai nuovi sentimenti religiosi. Nei suoi ultimi discorsi nominava Allah ad ogni spron battuto, quando invece nei discorsi degli anni giovanili il nome di Allah non compariva neppure lontanamente.
L’epoca del laicismo arabo aveva prodotto anche governi durati fino a tempi recenti. Penso alla Tunisia, alla Libia, oltre che all’Egitto, ma anche all’Iraq e alla Siria, questi due ultimi paesi governati da esponenti del partito socialista arabo transazionale chiamato Baath.
Saddam Hussein apparteneva al partito Baath. Assad padre, in Siria, apparteneva al partito Baath. Il primo ha fatto la fine che sappiamo, spazzato via dall’America neo imperialista di W. Bush. Il figlio di Assad resiste in Siria, ma ancora l’America – di Obama in questo caso, ma pur sempre neo imperialista – vorrebbe spazzarlo via per sostituirlo con una congerie di movimenti e raggruppamenti che si connotano solo per l’appartenenza a questa o quella corrente dell’Islam sunnita, e che sono burattini nelle mani della più nefanda teocrazia islamica attuale, quella wahabita dell’Arabia Saudita.
A questo punto della Storia siamo. E tra i mali, non ci resta che optare per i mali minori, come per esempio il regime (benché autoritario) di Assad in Siria, e con esso il suo alleato principe, la Russia, ma anche l’altro grande alleato, l’Iran degli ayatollah. Qualche tempo fa, dire ayatollah era sinonimo di oscurantismo. Ma oggi il regime iraniano, con le sue pur limitatissime aperture e concessioni alla vita civile, al confronto con l’Arabia Saudita spicca come un regime tollerante e quasi democratico.
Il vassoio della Storia non ci offre altra pietanza in questo nostro tempo sfortunato e angosciante. Siamo costretti a mangiare l’unica minestra che c’è.
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