DI MASSIMO LUPI
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Nell’iconografia cinematografica, Shelley Duvall si identifica in Wendy, l’ inconsapevole angosciata moglie di Jack Torrance – Nicholson, il custode dell’Overlook Hotel la location del romanzo “Shining” di Stephen King, trasposto per il grande schermo 36 anni fa, nel capolavoro cult diretto dal maestro Stanley Kubrick.
Una pellicola penetrata prepotentemente nell’immaginario collettivo per l’intrinseca potenza di cui è portatrice, tanto a livello visivo quanto subliminale, in grado di spaventare nelle viscere intere generazioni.
La memoria torna a scene che hanno rappresentato un distillato di tensione emotiva. La disperazione di una madre e la furia omicida di un marito impossessato dal demone della follia.
Personaggi complessi, fortemente introspettivi, quelli tratteggiati dalla penna di King, usciti dalle pagine dell’opera letteraria e divenuti “reali”, grazie ad interpretazioni, tra le più riuscite, che la settima arte ricordi.
Shelley Alexix Duvall, musa ispiratrice di Robert Altman, la si ricorda per i suoi grandi occhi scuri, brillanti di dolce tristezza, tipica di un animo fortemente sensibile.
La sua ultima prova attoriale risale al 2002, poi più niente, fino all’apparizione televisiva di qualche giorno fa, nel noto programma statunitense, “The Dr. Phil Show”, condotto dallo psicologo, attore e produttore Phil McGraw.
L’attrice era irriconoscibile, notevolmente invecchiata per la sua età e soprattutto alle prese con evidenti disturbi mentali, come lei stessa ha ammesso.
È consapevole di essere molto malata e di aver bisogno di aiuto.
Nel corso della conversazione, ha raccontato alcuni fatti inverosimili a conferma di un precario stato psichico.
Da molto tempo vive in completa solitudine. Si sentirebbe, ha detto, “minacciata dagli alieni e dallo Sceriffo di Nottingham e che di recente ha incontrato l’attore Robin Williams, convinta che non sia morto”.
La trasmissione ha suscitato non poche polemiche e perplessità. In molti si sono interrogati circa l’opportunità di mostrarla.
E qualcuno, percorrendo il tempo a ritroso, è finito nel lontano 1980, ai giorni – ben 500 – del girato della “luccicanza”… Shining appunto, nei quali si celerebbe, a causa del contrastato rapporto con Kubrick, l’origine della sua insanità mentale.
Vivian, figlia del grande regista, subito dopo aver visto il programma, ha postato su Twitter un invito a boicottarlo, accusandolo di sfruttamento nei confronti di Shelley Duvall e definendolo “..un lurido intrattenimento davvero vergognoso”.
Miss Kubrick, anche lei regista, nonché compositrice, è nota per aver realizzato “Making of Shining” un backstage sul set, diventato immediatamente un documento unico, per l’assoluta riservatezza che papà Stanley imponeva durante la lavorazione delle sue opere.
È stata lei a mettere in luce il difficile rapporto tra la Duvall e il director, rivelando che il padre aveva isolato completamente la donna dagli altri, impedendo a chiunque di parlarle, per farla recitare “al meglio”.
“…..Da maggio a ottobre – aveva raccontato la Duvall – non sono stata per niente bene a causa del grande stress che mi ha dato quel ruolo. Stanley mi ha spinto e spronato più di quanto sia stata spinta prima. Questo è stato il ruolo più difficile che abbia mai avuto…”.
Furono giorni di intenso lavoro, con scene ripetute centinaia di volte fino al raggiungimento della perfezione estetica e simbolica voluta.
Kubrick è stata una delle personalità più rappresentative del XX secolo. Le parole non descrivono appieno il suo genio adattato all’Arte filmica.
Aveva il dono del Sapere che celava in un gioco di simboli, a vari strati di complessità.
Ad ogni spettatore il suo, a seconda della capacità di decodificarli, direttamente proporzionale al grado di Conoscenza.
Sebbene quantitativamente limitata, la sua filmografia è di raro livello qualitativo.
Plasmava le sue figure, collocandole all’interno di una cornice narrativa trasposta in una perfezione tecnica di riferimento assoluto.
Ha perseguito maniacalmente tale sua filosofia, curando sempre in prima persona adattamento, sceneggiatura, fotografia, montaggio, doppiaggio e sottotitoli.
Spesso adoperava personalmente la camera a mano per le riprese. Al centro sempre lei: la volontà che tutto si svolgesse secondo propri canoni, pur con un’elasticità mentale che gli consentiva sul set di accettare nuove idee o l’improvvisazione degli attori.
Spesso era inutile studiare i copioni, cambiavano di continuo.
Kubrick è stato assimilato agli artisti del Rinascimento italiano.
L’Arte che diviene forma, imprescindibile dalla tecnica.
Non era questo anche il pensiero di Leonardo?
Possono essere gli effetti di “ 2001: Odissea nello spazio” o l’illuminazione a candele di “Barry Lyndon” ottenuta con ottiche Zeiss f/0.7 le stesse adoperate dalla NASA per fotografare la faccia scura della Luna, a tutt’oggi le più luminose mai prodotte, che gli permisero di girare scene in interni a luce naturale.
In Shining utilizzò la steadicam.
Moltissime scene ebbero un risultato finale tuttora insuperato per eleganza e capacità espressiva.
Chi non ricorda quelle di Danny mentre percorreva gli inquietanti corridoi dell’hotel a bordo del suo triciclo, oppure quelle claustrofobiche all’interno del labirinto, cosi come le spettacolari inquadrature all’inizio del film, girate issando la camera a bordo di un elicottero, proponendoci delle immagini di una rara potenza visiva.
Cose letteralmente “mai” viste prima.
I suoi progetti erano svolti controcorrente rispetto alle rigide tempistiche cinematografiche imposte dagli studi di produzione, sempre molto attenti a non sforare i budget previsionali.
Una lentezza del lavoro la sua che, unita a un ritmo estremamente personale, lo indusse ad abbandonare diversi progetti.
Una continua ricerca della verità e della bellezza.
Tutta la sua Arte è permeata di un’aura di misticismo che lo ha reso unico.
Molti sono gli elementi, i riferimenti e gli indizi sparsi in talune pellicole, in special modo nel capitolo conclusivo della sua opera, che hanno visto fiorire una costellazione di teorie complottistiche sulla sua morte improvvisa.
Quando si parla di Stanley Kubrick è inevitabile che tale gigantesca personalità prenda il sopravvento, catalizzando ogni cosa. È pertanto consequenziale che un perfezionista di tale calibro pretendesse dai suoi attori delle performance adeguate.
Da profondo conoscitore degli uomini, era capace di rivoltare la loro anima, fino a farvi entrare i personaggi da interpretare.
Ogni “genere” diveniva mero pretesto narrativo, e gli interpreti una simbiosi perfetta di tale contesto.
Solo così si spiegano le magistrali interpretazioni di coloro che hanno avuto il privilegio di lavorare con un individuo dotato di tale carisma.
E’ evidente che tutto ciò richiedeva da parte di tutti una massiccia dose di disciplina mentale, un saldo approccio alle linee di conduzione di una lavorazione estenuante che spesso si protraeva per mesi.
Se necessario, riusciva ad essere durissimo con gli attori, sfiorando persino atteggiamenti propri del “bullismo”.
Chissà che questa piccola grande tempesta mediatica scatenata dall’opinione pubblica americana a tutela di Shelley, non possa tradursi in un fattivo aiuto.
Magari servisse a diradare, almeno in parte, quelle nubi che si sono addensate dentro di lei.

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