DI ALBERTO TAROZZI

ALBERTO TAROZZI

L’ipotesi, finora non sostenuta da richieste ufficiali di Hillary Clinton, di un riconteggio dei voti alle elezioni Usa suggerisce due ordini di considerazioni, solo in apparenza coerenti tra loro.
Da un lato il timore che le elezioni statunitensi abbiano visto la vittoria, in violazione delle regole esistenti, di un candidato dedito ai brogli elettorali.
Dall’altro la sensazione che l’elezione di Trump, che ha conseguito due milioni di voti popolari in meno rispetto alla Clinton, sia sinonimo di un sistema in sé truffaldino.
Una cosa, certo, non esclude l’altra. Ma non è nemmeno vero che se il sistema elettorale non ci piace, la conseguenza sia necessariamente quella che Trump abbia imbrogliato le carte.
Attendiamo dunque di sapere se il riconteggio dei voti sia una eventualità consistente: non si tratta di un’attesa di lungo periodo perché i tempi per il ricorso, negli Usa, sono brevi.
Nel frattempo però non sarà male riflettere sulla plausibilità o meno di un sistema che può portare alla Casa Bianca colui che ha riportato meno voti del concorrente.
Diciamo subito che le critiche pregiudiziali a questo sistema non ci entusiasmano per almeno due ragioni.
1) Le regole, in America, sono sempre state quelle e non risulta che ci siano stati sommovimenti di piazza per modificarle, se non le proteste del 1876, quando venne nominato Presidente Hayes (nella foto), che aveva ricevuto un 3% di voti in meno del rrivale Tilden. Anche allora però le proteste si riferirono soprattutto al fatto che le cose non fossero andate regolarmente, più che alla norma in sé (qualcosa di analogo avvenne nel 2000 tra Bush jr e Gore, ma pur sempre le proteste riguardarono i brogli anziché le regole del gioco).
2) Se gli Statunitensi hanno fin qui sostanzialmente digerito un sistema apparentemente paradossale, vorrà forse dire che esso contiene qualche punto di forza che alimenta il consenso popolare. Questo punto di forza è l’essenza federalista degli Usa che porta a vivere l’autonomia dei singoli Stati come un bene prezioso e che spinge quindi a dare agli Stati, in quanto singolarmente presi, in relativa indipendenza dal numero degli abitanti, un peso tale da proteggerli da ingerenze esterne, aggiudicando tutti i seggi a sostegno del vincitore. Il tutto a dispetto del crearsi di paradossi non intenzionali come quello che stiamo vivendo. Basti pensare a tutti quei film in cui l’ingerenza dei ”Federali” (Fbi) viene mostrata come una jattura per le polizie locali e per gli stessi abitanti. Oppure alle larvate ipotesi di secessione che si sono affacciate recentemente in California.
Tutto bene dunque, in casa Usa e prevenuti noi che critichiamo dall’esterno?
Una cosa alla volta.
Per dimostrare la bontà del sistema Usa occorrerebbe, prima di tutto, poter sostenere che le alternative non sono, almeno sulla carta, possibili. Secondariamente andrebbe verificato che in altri Stati federali non si siano adottate altre misure e, nel caso, varrebbe la pena vedere se le cose hanno funzionato o no.
Sul primo punto non ci sarebbe molto da dire. Basterebbe che la rappresentanza dei singoli Stati venisse organizzata, se non proporzionalmente, almeno limitando l’attuale principio secondo il quale il vincente, anche per un solo voto, porta a casa l’intero bottino dei seggi. Modifica possibile, ma come glielo spieghi a un Paese in cui essere il Number one è tutto e arrivare secondi equivale al nulla?
E’ sul secondo punto che ci sarebbe da lavorare. Certo non sul breve periodo e magari pensando che, in materia, potremmo ricevere giovamento anche noi Italiani. Soprattutto nel caso che la vittoria del No tenga aperto un dibattito non nevrotico sull’ingegneria costituzionale di uno Stato come il nostro, che finora, più male che bene, qualche aspirazione al federalismo l’ha manifestata.
Andiamo a vedere dunque come funziona uno Stato che una volta si chiamava Rft (Repubblica federale tedesca) e che il federalismo lo pratica da tempo con risultati decisionali e operativi soddisfacenti, integrandolo per di più con una legge elettorale tra le più proporzionaliste dell’intera Europa.
In Germania il voto popolare si esprime infatti nel Bundestag, una camera a tal punto prevalente che il sistema tedesco è costituzionalmente  definito ”monocamerale”.
Le Regioni hanno il compito di eleggere il Bundesrat (Camera Alta) in cui si incarna il principio del federalismo.
Come negli Usa i seggi spettano tutti al partito che rappresenta il Governo del Lander, però, attenzione, la composizione del Bundesrat è a geometria variabile e ad ogni elezione locale, se cambia il governo, cambia anche la sua rappresentanza in sede centrale. Certo la Renania, che ha più del triplo degli abitanti della Saarland, ha solo il doppio dei suoi rappresentanti al Bundesrat, tutti espressione del governo locale. Quindi, in teoria, la maggioranza del Bundesrat potrebbe essere diversa da quella del voto popolare. Ma allora va considerato che questa Camera Alta può decidere solo su una quarantina di materie di rilevanza locale, che il suo potere, di fatto, è solamente un potere di veto e che i suoi rappresentanti sono strettamente vincolati al parere del governo locale e non possono spendere il loro voto in maniera indipendente.
Insomma, parlare seriamente e in maniera comparata di rappresentanza, negli Stati che si ispirano al federalismo, ci porterebbe a critiche, queste sì ragionevoli, al sistema statunitense. Ne conseguirebbe una maggiore attenzione a modelli che funzionano, come quello tedesco e, per finire, ci fornirebbe anche utili suggerimenti da applicare al caso italiano, qualora si potesse discutere di queste cose al di fuori dagli assordanti clamori referendari.