DI MICHELE PIZZOLATO
MICHELE PIZZOLATO
 INVIATO A L’AVANA
“Dove vai in vacanza questa estate?” “Vado a Cuba” “Cavolo, fortunato! Bello! Gli ultimi momenti prima che cambi! Salutami Fidel! Hasta la victoria, siempre!”. Queste le frasi (riferibili) più sentite dagli amici prima di partire. La prima impressione del “momento” di Cuba non tarda, si ha in autostrada. Un qualsiasi tratto. Il mio quello da L’Avana a Vinales, il paradiso del tabacco cubano, la culla dei Cohiba, dei Montecristo… In autostrada dominano due categorie di automobili: i meravigliosi gioielli americani anni 50, Buick, Chevrolet, Cadillac, Plymouth, Dodge, Oldsmobile, autentiche rotonde cattedrali barocche a quattro ruote da una parte e dall’altra gli spartanissimi angolosi modelli sovietici, le Lada anni 70; non mancano le “mitiche” 126 – orgoglio italiano – che qui chiamano però le polaquite – perché arrivavano dagli stabilimenti polacchi. Un parco automobilistico da piena guerra fredda! Un rimando nostalgico al periodo aureo della centralità e strategicità internazionale di Cuba: l’orgoglio della rivoluzione e la guerra fredda. Un paese in ricerca, in attesa, di un nuovo ruolo nell’asse geopolitico dominante, il Nord Sud, e nostalgicamente attaccato, all’asse Est Ovest.
Un paese in attesa, quindi; peraltro ovvio, già me lo dicevano gli amici prima di partire; è invece molto meno banale osservare come vivono i cubani questa attesa. Cuba è, per gli standard europei e occidentali, molto povera. Ne sono testimonianza i mercati, gli alberghi, il cibo le abitazioni. Non è facile – per un’isola caraibica – sopravvivere da sola per decenni all’embargo USA e al crollo dell’Unione Sovietica e al venir meno del relativo sostegno. Immaginiamo, per farci una idea, cosa sarebbe stata l’Italia del dopoguerra senza piano Marshall (e relativi i soldi degli americani) o nella crisi economico e finanziaria senza il quantitative easing… rischieremmo di essere messi come o peggio di Cuba! Meglio quindi togliersi subito quel certo senso di ingiustificata superiorità che a vista superficiale può condizionare i giudizi. Ci si aspetterebbe quindi una Cuba povera in trepidante attesa della ricchezza USA, ma la sensazione è meno marcata del prevedibile, secondo me, per alcuni punti: – a nessuno manca l’essenziale di sopravvivenza. In 20 giorni di passeggiate anche nei quartieri più periferici di diverse città cubane, abbiamo ricevuto moltissime offerte di servizi (taxi, guide…) a pagamento, ma non richieste di elemosina.
L’ “essenziale” cubano è fatto di case mediamente vecchie (spesso malandate), di cibo non molto vario e di posti di lavoro statali. A domanda specifica sulla sanità, eccellenza cubana, mi è stata data una risposta ben rappresentativa: “può essere difficile trovare una aspirina per il raffreddore o l’influenza, ma se stai davvero male ti curano in ospedale bene e gratis”; – l’uguaglianza (almeno quella percepita) è strabiliante anche per un europeo come me fanatico dello stato sociale, immagino cosa sia per uno statunitense! Non si percepiscono differenze sostanziali di classe. Non si vede per le strade la stratificazione fra classe ricca, borghese e proletaria. Sono schiacciati verso il basso, ma senza macroscopici fenomeni di miseria. Probabilmente ci sono sacche di disuguaglianza, ma non sono visibili; – l’occupazione del tutto prevalente è nella macchina statale. L’organizzazione del lavoro lascia molto tempo libero alle persone: si può quasi parlare di un diritto all’ozio.
In un paese dalle risorse climatiche, naturalistiche, paesaggistiche, culturali, musicali come Cuba questo sembra pesare non poco sul tasso di sorrisi (elevato) che si nota in giro. – scuola e sanità sono, in particolare per il contesto centro e sudamericano, di assoluta eccellenza. Quindi… aspettano con ansia l’arrivo degli USA? O l’avvento del capitalismo? Ci sono sicuramente fasce della popolazione, quelle che lavorano a contatto con il turismo, quelle di chi si dice che guadagnano più in mance da facchini dello stipendio di un medico specialistico, quelle che beneficiano di rimesse dagli emigrati: queste fasce di popolazione non vedono l’ora di poter offrire il proprio lavoro alla filiera del turismo americana in arrivo. Ma cosa aspetta alla massa dei cubani impiegati statali dall’arrivo del capitalismo e dalla colata di cemento degli alberghi occidentali? Visti i precedenti, almeno nel breve-medio periodo, i sospetti sono forti e depongono un futuro a forte rischio di immiserimento. Un futuro da 90/10, un 10% che migliora un 90% della popolazione che peggiora. L’arrivo di un sistema capitalistico, verosimilmente: – concentrerà i capitali stranieri sul turismo, con catene che esporteranno profitti, e spiazzeranno una delle più significative fonti di entrata dello stato, il turismo degli alberghi locali, delle “case particular”; – rischi fortissimi di licenziamenti e a tagli al settore sanitario e scolastico.
Larghe fasce della popolazione rischiano seriamente di finire “fuori mercato”, in quel gradino più in basso, da cui oggi li preserva (sempre meno) una occupazione pubblica e una redistribuzione di beni incompatibile con una economia di mercato (redistribuzione amministrata che i bocconiani marchierebbero inorriditi come inefficiente) che garantisce quel minimo di riso, mango (eccezionale), banane, papaia, pollo, maiale, rum, istruzione, sanità e casa. Di questo molti cubani mostrano di avere coscienza e attendono quello che li aspetta con molta incertezza, senza peraltro vedere vere alternative. Mi ha colpito il dialogo fra due signore de L’Avana a cui avevo chiesto indicazioni per un ristorante: in Italia sarebbero state due “sciure” milanesi. Partendo dal cibo si era arrivati alla situazione economica a Cuba: “noi non siamo terzo mondo, siamo secondo mondo” fa una orgogliosa e l’altra risponde – sorridendo amaro – “Per ora”. E – mi si permetta in fondo una ridicola licenza poetica – guardando in cielo si vede il volo elegantissimo, ma un filo inquietante, dei piccoli avvoltoi collorosso che – con mia sorpresa da ignorante – dominano il panorama aviario cubano. P.S.: mi sembra inutile aggiungere, alla Guccini, che “il mare di una remota spiaggia cubana” è qualcosa di stratosferico, che di remote spiagge cubane ce ne sono migliaia, che il rum, il ron cubano, è fantastico, che i sigari sono una esperienza celestiale, che l’architettura coloniale è stupenda, che la luce gialla che ti avvolge è inebriante, che la popolazione è di una simpatia, bellezza, pazienza e apertura veramente incredibili… Una meravigliosa vacanza, sotto ogni profilo.