DI CLAUDIA BALDINI
CLAUDIA BALDINI
Quando, nel 2007-2008, la crisi attuale esplose, se vi ricordate, l’attenzione si concentrò essenzialmente sui crolli delle Borse, sugli spread che proseguirono fino alla primavera del 2009; l’analisi delle crii previlegiò l’accresciuto ruolo dei debiti e della loro rischiosità (titoli “tossici”, bolle finanziarie e immobiliari, ecc.).
La successiva ripresa delle quotazioni di borsa, nonostante accompagnata da una elevata volatilità, fu interpretata come un recupero anche del ruolo assunto dalla finanza nei precedenti decenni e, più in generale, come un segnale positivo per la fuoriuscita dalla crisi generale. Sbagliato, volutamente sbagliato
L’aspetto della crisi che rimaneva e rimane in secondo piano sono le sue CAUSE STRUTTURALI LEGATE ALL’ECONOMIA REALE.
In estrema sintesi: il forte peggioramento della distribuzione del reddito, l’incertezza dei redditi connessa alla precarizzazione dei rapporti di lavoro (jobs act, tutele crescenti….), il contenimento della spesa pubblica e le deregolamentazioni dei mercati hanno reso e rendono difficile l‘equilibrio tra la crescita delle potenzialità produttive e le complessive condizioni della domanda corredata di mezzi di pagamento.
Nell’Unione europea, la crisi è stata aggravata dalle modalità istituzionali della sua costruzione e dall’austerità controproducente delle politiche economiche.
Arrivati all’autunno scorso, sia i sussulti delle Borse diventati sempre più vistosi e con tendenze nettamente in calo dall’inizio di quest’anno (siamo ritornati ai valori dell’estate 2013) sia le ennesime disillusioni sulle prospettive delle economie reali hanno confermato che il ricorrente ottimismo sulla fuoriuscita dalla crisi era (ed è) radicato nell’ostinata reiterazione di una visione economica e di politiche sempre più contraddette dai riscontri sul campo.
Gli andamenti attuali delle Borse ripropongono equivoci interpretativi sulla crisi simili a quelle sulle sue origini. L’attenzione è per lo più concentrata sulle difficoltà, presenti e attese, dei sistemi bancari che sembrano legate essenzialmente a problematiche interne(che pure esistono). Tuttavia, proprio il persistere delle cause strutturali prima ricordate ,che determinano lo squilibrio tra la capacità d’offerta e la domanda effettiva nell’economia reale, fa sì che i bilanci delle banche possono contare poco sui proventi derivanti dal genere di attività che pure rappresenta la loro ragion d’essere originaria, cioè l’intermediazione del risparmio, per finanziare le attività produttive e di consumo. Le banche, anche per questo motivo, ma non solo, continuano a puntare sulla compravendita di titoli finanziari (sempre meno trasparenti per composizione e grado di rischio). D’altra parte, i loro bilanci sono già intasati da crediti scarsamente esigibili (accresciuti dalle difficoltà dell’economia reale), dai titoli “tossici” mai risanati generati dall’euforica finanziarizzazione dell’economia e da titoli pubblici che potrebbero essere degradati dal persistere della crisi e dalla mancanza di cooperazione tra le istituzioni economico-finanziarie nazionali e internazionali (tendenza che si sta pericolosamente accentuando). Si aggiunga che le banche sono spinte a risanare i loro bilanci mediante riforme tardive del settore che generano vincoli alle loro attività proprio mentre i tassi negativi le rendono più difficili.
Nel frattempo, l’azione surrogata affidata alla politica monetaria sta mostrando sempre più i suoi limiti di strumento poco efficace per stimolare la crescita. Finora le misure di quantitative easing hanno apprezzabilmente attenuato i problemi, ma temporaneamente e come può fare una droga che se non è usata in modo terapeutico e affiancata dagli strumenti più conformi allo scopo, non risolve i problemi della crescita, ma, anzi, ne crea altri. Rimanendo gli squilibri dell’economia reale che ostacolano la crescita, il forte aumento della liquidità sta alimentando comportamenti speculativi che creano bolle destinate a scoppiare.
Il ricorso pressoché esclusivo alla politica monetaria per contrastare la crisi è segno che la crisi è stata e continua, ad essere interpretata con una visione parziale e controproducente che, tra l’altro, avvalla la subalternità dell’economia reale alla finanza.
Un primo passo decisivo è quello di smettere la politica Draghi salvabanche generica, ma avviare un discorso diverso tra banca d’affari e banca commerciale. Non v’è alcun dubbio che alle banche commerciali devono andare i finanziamenti con controllo di uso specifico nell’economia reale. E le altre possono benissimo mantenersi con i soldi di chi vuole investire e speculare.
E’ difficile? Certo che sì ma la maggiore difficoltà proviene dallo stesso sistema di oligarchia finanziaria che ha creato la crisi per andare ad agire sulla restrizione dei diritti del lavoro, della liberalizzazione dei contratti. Pagando ancora una volta la crisi le classi medio basse hanno raggiunto un impoverimento eccezionale che coinvolge non solo chi non ha lavoro ma anche chi ce l’ha precarizzato a vita.
Su questo occorre vincere le diatribe interne per gettare il cuore della sinistra oltre l’ostacolo e riappropriarsi della capacità di gestire le lotte degli sfruttati. Solo una sinistra forte e compatta può farcela.